La violenza sulle donne vista da chi, quelle donne, le aiuta e le sostiene. È quello che ha raccontato Luca Martini in “Altre stelle. Un viaggio nei Centri Antiviolenza” (Mimesis), il libro (con la prefazione di Riccardo Iacona) che presenterà lunedì 3 luglio alle 21 sotto i portici del Pavaglione di Lugo.
Luca, nell’immaginario comune le operatrici dei Centri Antiviolenza chi sono?
“Spesso non esistono, nella percezione collettiva. Già i Centri sono poco conosciuti, figuriamoci le figure professionali che ci lavorano. Non dimentichiamo che si tratta di attiviste che anche alle istituzioni fa comodo tenere nell’ombra: per quanto diano un contributo decisivo sul fronte del contrasto alla violenza di genere, infatti, non vengono riconosciute formalmente, soprattutto a livello retributivo. Come a dire: ‘Fate un lavoro fantastico ma non vi aspettiate di essere messe sullo stesso piano di altri ruoli istituzionali'”.
Questo ostacola il ricambio generazionale?
“Assolutamente sì. Le ragazze giovani, magari come tirocinanti, si avvicinano eccome ai Centri antiviolenza. Ma dopo mesi o anni a non essere pagate, o a ricevere rimborsi spese, arriva il punto in cui si chiedono come costruire la propria vita. E abbandonano. Questo non significa che lo stipendio sia tutto, anzi. Il primo elemento è la motivazione, come è stato detto a Bolzano, dove le operatrici sono pagate. D’altro canto in questo mestiere non ci si improvvisa: ci sono corsi specifici per acquisire le competenze. Ma il sistema si basa su un precariato di fondo. Agevolato dalla mancanza di una posizione precisa del legislatore”.
I rapporti con gli enti locali e non soffrono molto questa lacuna?
“Eccome, perché ci si deve sempre rimettere alla responsabilità individuale di questo o di quel questore, di questo o di quell’assessore. Persino in realtà avanzatissime i rapporti che si costruiscono a livello istituzionale vanno sempre monitorati e ridiscussi, niente di ciò che viene conquistato resta”.
Viene mai messo in discussione l’approccio anglosassone per cui, ad aiutare le donne che hanno subito violenza, debbano essere a loro volta delle donne?
“C’è unanimità sul fatto che nella prima accoglienza gli uomini non debbano entrare. Non per separatismo ma perché una donna che è appena uscita da una situazione traumatica causata da un uomo avrà più difficoltà a farsi aiutare da un altro uomo. C’è però discussione, e ci sono posizioni diverse, sul fatto che alcune figure maschili positivi possano gravitare intorno ai Centri”.
Ha notato caratteristiche umane comuni, tra le operatrici?
“Ci sono età, storie di vita e percorsi lavorativi e formativi diversi tra le donne che ho incontrato. Ad accomunarle, forse, ci sono la determinazione e la resilienza. Non sono eroine, non sono lì per salvare altre donne. Sono lì per aiutarle, sostenerle, agevolarle nel capire qual è la chiave di volta delle loro vite”.

Dialogheranno con l’autore Nadia Somma (Associazione Demetra Donne in aiuto), Bruna Valentini (Linea Rosa Ravenna), Silvia Dal Pane (SOS donna Faenza).