
Se è vero che fare il pane è questione di sentimento, Annalisa Venturini ha impiegato tre settimane, al suo ritorno dalla Grecia lo scorso aprile, per riuscire ad impastare. Ce ne ha messe dieci, invece, per tornare a sfornare un pane buono. Consulente dell’associazione La Leche League, mamma di una ragazzina di 15 anni e di un bambino di dieci, Annalisa meno di cinque mesi fa ha letto sulla pagina Facebook di Nurture Project International (Npi), una piccola associazione fondata da una mamma americana residente negli Emirati Arabi, che nel campo profughi Eko Camp di Polikastro, in Grecia, servivano volontarie che aiutassero donne e bambini in due tende: quella allestita per l’allattamento e l’alimentazione dei piccoli sotto i due anni e quella organizzata come uno spazio hammam per consentire alle mamme di lavarsi, cambiare i figli e fare loro il bagnetto. “Ricordo che era sabato – racconta Annalisa -. E che quando ho letto che cercavano donne con competenze sull’allattamento e sull’allattamento in emergenza, ho sentito che dovevo andare. Ho consultato il mio compagno e il lunedì sono partita”.
Nel campo, che ospitava circa 3mila persone per lo più provenienti dalla Siria, il 70% era composto da mamme e bambini: “Durante i dieci giorni della mia permanenza, non ho fatto niente di eccezionale e niente di diverso rispetto a quello che faccio vicino a casa mia, a Ravenna: informare, sostenere e aiutare le mamme che desiderano allattare, con la differenza che in un contesto come quello, dove c’era un’unica presa per l’acqua e mancava la possibilità di riscaldare un biberon di latte in formula o una pappa, così come di sterilizzare ciucci e tettarelle, decidere di allattare al seno cambia di molto le cose“.
Tra i ricordi più belli di Annalisa c’è l’esperienza vissuta insieme a una siriana arrivata con il marito e i sei figli, l’ultimo dei quali imbarcato a meno di 48 ore di vita: “Le domande, le preoccupazioni e le ansie delle mamme sono le stesse in tutto il mondo: mio figlio sta bene? Cresce abbastanza? Riuscirò ad allattare? Come devo attaccarlo al seno? In quel caso, il bimbo più piccolo, che è arrivato a Eko Camp a circa un mese e mezzo, cresceva poco e rigurgitava molto il latte in formula. In un campo incontrato in precedenza lungo il suo tragitto verso la Grecia, aveva conosciuto le volontarie di Npi, che già le avevano dato consigli. Da noi, vedendola diverse volte al giorno, creandole uno spazio per riposare, rassicurandola e coinvolgendo alcuni animatori spagnoli perché intrattenessero gli altri suoi cinque figli, così come insegnandole a effettuare la spremitura manuale del seno, visto che avere un tiralatte per ogni donna in quella situazione è impossibile, l’abbiamo aiutata ad abbandonare poco a poco l’integrazione artificiale. E gradualmente suo figlio ha ricominciato a crescere. Ancora adesso, quando guardo le foto, mi commuovo”.

E a dare parecchia soddisfazione ad Annalisa e alle altre volontarie, è stata anche la complicità che spesso di creava tra le donne, capaci di aiutarsi a vicenda in un contesto di disperazione: “Un giorno la mia interprete è rimasta a letto con la febbre e, per riuscire a tradurre dall’arabo all’inglese e viceversa, si è reso disponibile un profugo che, per rispettare il momento della consulenza, tutto al femminile, rimaneva fuori dalla tenda o parlava attraverso una sorta di separé. Ma la donna che dovevamo aiutare era curda, non parlava arabo. Così abbiamo chiamato una mamma che sapeva sia l’arabo che il curdo. Si è creata così, nel giro di poco, una situazione quasi comica, una sorta di domino della traduzione nel quale la mamma bilingue, che già avevamo aiutato nei giorni precedenti, mentre traduceva inseriva a sua volta i consigli sull’allattamento che le avevamo dato noi. La nostra consulenza, quindi, è stata doppiamente efficace. Tra le due donne, poi, è nata un’amicizia”. Cosa secondo Annalisa abbastanza naturale e che riscontra anche in Italia: “Se si lavora sull’empowerment, sostenendo per bene una mamma, lei a sua volta ne sosterrà un’altra quando quest’ultima ne avrà bisogno”.

Ha avuto bisogno di piangere per tutto il viaggio da Salonicco a Ravenna, invece, Annalisa, abituata in passato a fare esperienze di volontariato in ambito per lo più ambientale e di campeggio estremo ma per la prima volta in un campo profughi: “Quello che ho fatto io lo possono fare molte altre persone, dico però che servono spirito di adattamento e competenze, che non si improvvisano mai. Io ero tranquilla e sicura da questo punto di vista, anche se poi la realtà che incontri non te l’aspetti mai. Non ho fatto un’impresa eroica, così come pensano i miei figli, che l’hanno vissuta come una normale consulenza al Centro per le famiglie di Cesena, per loro pane quotidiano. Io, d’altro canto, ci ho messo un po’ a riabituarmi ai ritmi e alla vita di tutti i giorni. Una delle cose che più mi hanno colpita, e di cui poco si parla, è che tra i profughi – parola che del resto non mi piace usare – c’era gente di tutte le classi sociali: titolari di catene di negozi, insegnanti, medici, ingegneri. La guerra non fa sconti a nessuno. Ma negli e nei sorrisi ho letto tanta voglia di riscatto: perché quando scappi dal tuo paese con i bambini, ti lasci alle spalle le bombe e la polvere per finire in un campo, significa che di speranza per il futuro, un po’, ne hai ancora. Soffro a pensare che Eko Camp è stato smantellato, che ora quella gente è nei campi ufficiali gestiti dai rami dell’esercito greco, lontani dai centri abitati, senza nemmeno la possibilità di raggiungere un centro commerciale per comprare cibo e sigarette, facendo partire una piccola economia locale, come è stato fatto in precedenza, che se non altro restituisce un briciolo di dignità”.
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