“Scusa, porta anche il mio!”. Si sentì dire così, Kossi, mentre un giorno aiutava la moglie a fare la spesa. Come se il fatto di essere, nero, anzi nerissimo, togolese per l’esattezza, fosse sinonimo di “dammi uno spicciolo che ti metto a posto il carrello”. Di questo e di tanti altri episodi simili è stato protagonista Kossi A. Komla-Ebri, medico e scrittore italo-togolese, che li ha raccolti tutti in “Imbarazzismi: quotidiani imbarazzi in bianco e nero” (che insieme a “Nuovi Imbarazzismi: quotidiani imbarazzi in bianco e nero…e a colori” fa parte della nuova edizione (S.U.I.) dal titolo “Imbarazzismi” che raccoglie entrambi i volumi). Il libro sarà presentato da Simona Benedetti e Giovanna Tufarelli domani, venerdì 13 maggio alle 17. 30, nella scuola primaria Fiorita di Cesena (via Veneto, 195).
Aneddoti di un testo del 2002 che ha venduto più di 10mila copie “e quando lo dice l’editore – racconta Kossi – vuol dire che ne ha vendute molte di più”. Ironico, divertente e sempre con la battuta pronta è il medico togolese, autore di altri due romanzi ambientati in Africa ma soprattutto di quello che definisce un “libro da spiaggia”, che fa sorridere ma anche riflettere. “’Imbarazzismi’ – continua lo scrittore – è un neologismo che sta a metà strada tra il razzismo e l’imbarazzo. Si tratta di una forma di razzismo latente, non conclamato, ma estremamente legato al quotidiano che porta le persone a fare delle domande strane, alle volte le più strampalate, e che crea imbarazzo sia in chi lo applica, che in chi lo agisce”.
“Tu da Africa da dove venire?”, è una di queste domande. Oppure, “che cosa mangia tuo marito?”. Innumerevoli, nei fatti, le situazioni imbarazzanti che Kossi si è trovato ad affrontare: “E’ la differenza che fa scattare questa molla – continua l’autore – e sono gli altri a ricordarmi che sono diverso. Io non ci penso di certo, quando mi guardo allo specchio”. Una differenza, quella del colore della pelle, che continua a essere elemento fondante della quotidianità di questo medico/scrittore africano: “Il mio problema nasce nel momento in cui mi svesto, quando mi tolgo il camice. In quanto dottore il mio ruolo è riconosciuto, è fuori dall’ospedale che divento un vucumprà. Il razzismo è anche una forma di classismo”.
Kossi arrivò in Italia, passando per la Francia, grazie a una borsa di studio: “A diciotto anni mi ritrovai a Bologna per studiare medicina e chirurgia e all’epoca non sapevo nemmeno una parola di italiano. Ricordo che, affacciandomi al finestrino del treno, vidi la parola ‘uscita’ e allora pensai che quella non era la mia fermata, che non era ancora il momento di scendere, ma poi anche il paese dopo si chiamava ‘uscita’ e allora capii che c’era qualcosa che non quadrava”. Da quel lontano ’82 Kossi di strada ne ha fatta molta. Non solo è diventato medico specialista, responsabile del reparto di Patologia della Coagulazione all’ospedale di Erba, ma ha imparato perfettamente l’italiano, l’inglese, il francese e anche il brianzolo: “Il dialetto è la lingua con la quale parlo con i pazienti più anziani. E’ un fortissimo strumento di comunicazione, che ci permette di superare qualsiasi barriera”.
Nonostante gli anni siano trascorsi, Kossi si trova ancora a vivere situazioni in bilico tra il razzismo e l’imbarazzo: “Giorni fa ero in stazione a Verona e ho visto due carabinieri attraversare i binari e venire verso di me chiedendomi i documenti. Quando hanno notato che ho la cittadinanza italiana e che sono un medico, sono passati dal darmi del ‘tu’ al ‘lei’. Allora io ho chiesto il perché fossero venuti proprio da me a chiedermi il passaporto e se sapevano che è vietato attraversare i binari. Non c’è stata nessuna risposta convincente da parte loro. Sono convinto che esista anche una forma di razzismo sistematica e istituzionale”.
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