Feet of a family sticking out from the quilt

Aspetta di vederti sorridere prima di piazzare la domanda. Attende il momento esatto in cui il tuo sorriso è più pieno che mai, proprio perché idealmente vorrebbe buttartelo giù. Un dente alla volta.

Sei di buon umore, vedo.
Sgrani leggermente gli occhi e nicchi nascondendoti un pochino tra le spalle, sorpreso dall’affermazione.
Fuori c’è il sole, la primavera è arrivata, è venerdì.
Avresti tanti motivi da elencare, ma per non sapere né leggere né scrivere, li tieni ammucchiati nella tua testa.
Si vede che hai dormito bene.

Lo dice con una dolcezza rinsecchita e vagamente sinistra, ma il tuo buon umore ti porta a rispondere. Sarà stato l’accumulo di stanchezza di tutta questa settimana, ma appena ho toccato il cuscino ho preso sonno. Era una vita che non mi facevo dieci ore di filata.
Lo sguardo di Lei diventa torvo e capisci che per lei è andata diversamente.

Ho russato?
No.
Mi sono mosso?
Sei stato immobile. Sei stato immobile anche quando tuo figlio si è svegliato.

Adesso ti è tutto chiaro e arricci il naso come se ti avessero dato una botta su uno stinco.
Provi a dimostrare compartecipazione postuma chiedendo ‘verso-che-ora’.
All’una e quarantadue, alle due e ventisette, alle tre e cinquantuno, alle quattro e dodici e alle sei e trentanove.

Sei tentato di sottolineare che in fondo dalle quattro a alle sei e mezza è stato bravo, ma Lei non è dell’umore di ridere alla tua ironia.
Decidi di incupirti e dire che ti dispiace.
Forse sono i denti. Provi a rilanciare con Lei non attacca.

Perché non ti sei alzato?
Davvero non ho sentito niente.
Perché non mi hai chiamato?
L’ho fatto, ma ti sei girato dall’altra parte.

Allora vedi che non dico bugie? È proprio un problema di udito.

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