
Era la primavera di due anni fa. Ci aveva contattati Ilaria Cerioli, insegnante del “Ginanni” di Ravenna: “Vi segnalo la storia di uno studente: si chiama Antonio Di Stefano, è di origine angolana, sta per pubblicare un e-book molto interessante. Lo trovo bravo, carismatico, parla ai giovani. Vi lascio il suo numero, valutate voi”. Antonio, poi, avevamo scelto di incontrarlo a metà maggio, alla vigilia del suo esordio letterario, facendoci raccontare la sua storia di milanese dalla pelle nera cresciuto a Ravenna. Che nessuno (tantomeno lui) si aspettava fosse un tale successo. Dopo la pubblicazione digitale, infatti, nei mesi a venire il romanzo “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” è diventato un libro cartaceo di Mondadori, con sedici ristampe, 100mile copie vendute e il progetto di trarne un film.
E da lì al secondo ritorno in libreria, il passo è stato faticoso quanto breve. Perché Antonio Dikele Di Stefano ha scelto, nella vita, di diventare uno scrittore vero: “Ho capito i difetti della mia scrittura, ho letto decine e decine di libri, ho imparato a dare una struttura narrativa a una storia”. E il suo “Prima o poi ci abbracceremo” (Mondadori) è già alla terza ristampa: “Ho smesso di chiedere ogni giorno come vanno le vendite per concentrarmi sul lavoro. E ho smesso anche di chiedermi perché piaccio così tanto ai giovani, come molto spesso vengono a domandarmi, alle presentazioni, alcuni prof di lettere che non riescono a far digerire Dante o Manzoni agli studenti”. Ora che il successo lo ha ottenuto, però, paradossalmente per Antonio è tutto più difficile: “Il bello viene adesso. Adesso che sto scrivendo il terzo libro e non mi esce di getto come i primi due. Adesso che è il momento di fare il salto di qualità”.
Oggi Antonio non vive più a Ravenna: “Mi sono trasferito a Milano. Ravenna è una città magica ma la provincia dopo un po’ ti soffoca. Nel mio ultimo romanzo ci sono tanti riferimenti a Ravenna, da piazza San Francesco alle panchine fatte togliere dal sindaco. Ma mi sono purtroppo accorto che non sono profeta in patria, c’è molta indifferenza nei confronti del mio lavoro”. L’indifferenza è anche uno dei sentimenti (o forse dei non-sentimenti) affrontati in “POPCA” (l’acronimo del titolo del libro), dove al centro ci sono due storie parallele in cui amore a volte fa rima con disamore: quella tra i giovani Irene ed Enrico e quella tra i genitori di lui, Alda e Gianluca: “Mi interessava raccontare come le assenze subite durante l’infanzia si ripercuotano, poi, nel modo di gestire le relazioni da grandi. Quando da bambini vediamo certe dinamiche ripetersi, pensiamo che siano normali. E le facciamo nostre. Come Enrico, che pensa di non voler assomigliare a suo padre, così negligente verso sua madre, e poi finisce per fare lo stesso: trascurare la ragazza che ama. I modelli ti perseguitano”.
In Alda c’è molto della madre di Antonio, che cinque anni fa è tornata a vivere in Angola: “Il libro non è autobiografico ma la sua figura si ispira in parte a quella di mia mamma, che a un certo punto è andata via. In questo senso, la scrittura è stata senz’altro terapeutica”. Antonio, oggi, dice di essere felice: “Credo che la felicità sia stare bene con se stessi, perché l’amore non garantisce nulla. Quando inizi a fregartene, la vita comincia ad andare per il verso giusto“.
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