
In pensione da appena una settimana, il pediatra Arturo Alberti ha già nostalgia dei suoi 880 bambini: “Il silenzio del telefono è assordante. Non l’avevo mai sperimentato prima”. Il medico cesenate, prima di chiudere il suo ambulatorio, ha trovato una lettera di un suo paziente: “C’era scritto che l’accoglienza che riceveva da me era simile a quella del suo nonno. Un complimento meraviglioso”.
E si dedicherà proprio a fare il nonno dei suoi nove nipoti il pediatra al quale la burocrazia non ha concesso di lavorare oltre i 70 anni di età, come aveva chiesto: “Mi sarebbe piaciuto andare avanti ancora un po’ ma le regole sono regole. Mi hanno proposto di darmi alla libera professione ma non ho ancora preso una decisione: del mio lavoro, infatti, mi piacevano soprattutto il rapporto con le famiglie e il fatto di seguire i bambini nella crescita, portandoli all’adolescenza con uno sguardo globale. Per me, essere pediatra, non ha mai significato curare un minore malato. Piuttosto, guardare al bambino calato nel contesto di appartenenza: ai suoi genitori, alla scuola, all’ambiente sociale”.
Alberti iniziò la sua carriera al “Bufalini” il primo gennaio del 1974, per poi diventare pediatra di famiglia nel settembre del 1979: “Fui il primo convenzionato con l’Asl e per questo protagonista e testimone di un’integrazione meravigliosa tra le Pediatrie dell’ospedale, di comunità e di famiglia. Una condivisione di intenti, lavoro e obiettivi che ha sempre reso il servizio di altissima qualità”. Nel frattempo, i genitori sono molto cambiati, per moltissimi motivi: “Oggi le mamme e i papà sono più fragili, ansiosi e insicuri nei confronti della crescita dei figli. Primo, perché mancano le famiglie allargate e il sostegno dell’esperienza dei nonni. Secondo, perché l’eccesso d’informazioni prese da Internet, se non viene mediato da un esperto, rischia di generare stress. Terzo, perché molti pediatri, per paura delle denunce, tendono a non dare risposte chiare”. Il riferimento va alle vaccinazioni: “Secondo me una mamma ha bisogno di sentirsi dire che i vaccini sono utili e vanno fatti. Se noi medici le presentiamo la lista delle possibili complicazioni o il bilancio costi-benefici, la mandiamo in confusione”.
Per Alberti la gioia più grande resterà quella di incontrare i suoi pazienti per strada, rivivendo quel senso di familiarità che ha sempre ritenuto un valore imprescindibile. Il ricordo peggiore, invece, rimarrà la sfida di dover confortare una famiglia che vive il problema della malattia cronica: “Stare davanti alla paralisi cerebrale di un bambino e dover far capire ai suoi genitori che valore ha la loro creatura è un’operazione faticosa e non sempre di successo”.
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