C’è un amore perfido e feroce, vuoto e alienante. Un amore che, in realtà, è disamore. Ma che è facilmente confondibile con un sentimento sano, una relazione appagante: è “L’amore cattivo”, dal libro che l’autrice bolognese Francesca Mazzucato, che oggi alle 18,30 sarà al Caffè Letterario di Ravenna (via Diaz 26) per la rassegna “Il tempo ritrovato”, ha pubblicato con Giraldi Editore. Una storia che verrà presentata proprio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Francesca, che cosa l’ha spinta verso il tema della violenza?
“Da molto tempo pensavo alla violenza psicologica, quella che le donne spesso subiscono nel loro quotidiano, in piccole e sottili forme di cui a volte non si accorgono. Mi interessava il tema della manipolazione psicologica, della dipendenza affettiva. Quando il problema del femminicidio mi è apparso con tutta la sua forza e tragicità, ho davvero pensato che fosse arrivato il momento di cimentarmi con questo argomento, molto trattato ma molto ostico. Per mesi e mesi ho letto e ho approfondito la materia e in particolare il narcisismo patologico maschile che rende gli uomini che ne soffrono quasi affascinanti e magnetici, per quanto autori di vessazioni e violenze”.
Nora, la protagonista, da piccola non è stata amata nel modo giusto. Quanto pesa il fatto di aver ricevuto amore o disamore sulla nostra futura capacità di trovare relazioni positive?
“Credo moltissimo. Avere ricevuto amore nel modo sbagliato e distorto influisce sulla nostra capacità di riconoscere quello vero. Se non si è forti e consapevoli abbastanza per riuscire a trovare fuori dalla famiglia dei modelli sostituitivi, vivremo sempre in una sorta di mistificazione dell’amore. Il problema è che oggi il tesuto sociale è slabbrato: scuole, oratori, sezioni di partito non mi paiono in grado di dare un’alternativa valida e solida ai vuoti familiari. E così, chi ha vissuto in casa, con i genitori, relazioni anaffettive, ripeterà quel modello nel tempo. Ci sono le eccezioni, ovvio. Quelle che, però, confermano la regola”.
Quanto è facile, a questo punto, scambiare per amore qualcosa che non lo è per niente?
“Si casca con molte probabilità nel tranello: di Nora volevo che emergesse proprio questo auto-inganno, l’idea che Alessandro, l’uomo con cui inizia una relazione, sia quello diverso dagli altri, quello che la porterà senz’altro via dai suoi dolori e dalla sua solitudine, salvo accorgersi, quando ormai è tardi, di essersi invischiata nelle grinfie di un narcisista borderline”.
Non ci sono segnali che indicano a una donna che quello è un rapporto malato?
“Ci sono ma capita che la donna si illuda e si racconti quella storia come qualcosa per cui ne vale la pena, come il massimo che possa desiderare, come l’amore della vita. Quando la tua narrazione è questa, la realtà deve corrispondere all’idea che ne hai: ecco perché, certe storture, non le vedi. Crediamo talmente in quello che vogliamo credere, che evitiamo di smontare quello che ci appare davanti agli occhi. Se lo facessimo, distruggeremmo in ultima istanza noi stesse. E quando la presa di consapevolezza si fa necessaria, a volte si è già oltrepassato ogni limite, anche con esiti tragici”.

Con che cosa deve far rima l’amore “non cattivo”?
“Prima di tutto con empatia: il fatto di conoscere i sentimenti dell’altro e di avvicinarvisi per capirli. E poi con risonanza: l’eco di quello che si prova deve fare un bel rumore nell’altra persona. Senza contare il rispetto e la capacità di mettere dei confini: c’è un punto, in amore, oltre il quale non si può andare. Uno schiaffo è già oltre quel paletto. E poi non dimentichiamo mai che l’amore deve contribuire all’autostima: chi ti ama deve farti sentire più serena, più felice, più bella, non certo sminuita nel tuo valore. Se un uomo sminuisce la donna nelle piccole cose, sarà capace di farlo anche in quelle più grandi e importanti. L’amore è quello di chi fa in modo che la tua considerazione venga continuamente ribadita”.
Che riscontro ha avuto, da giugno a questa parte, il libro?
“Il timore di aver trattato un tema trito e ritrito è stato smentito. Mi sono arrivati una impressionante quantità di messaggi, lettere e mail da parte di donne di ogni età, non necessariamente vittime di violenza. Mi hanno scritto per ringraziarmi o per testimoniare le loro drammatiche esperienze. Mi sono sentita e mi sento investita di un ruolo importante: quello di ascoltare i loro dolori”.
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