Destini impossibili da prevedere, strade difficili da individuare, modelli passati ormai non più replicabili. La parola futuro, per i bambini e i ragazzini di oggi, ha ancora un senso? Se lo sono chiesti gli autori di “Crescere nonostante”, la raccolta di saggi curata dal sociologo Stefano Laffi per la cooperativa sociale Codici e pubblicata dalle edizioni dell’Asino. Un libro dove lo scarto generazionale tra grandi e piccoli sembra un vuoto di secoli, tanti sono i cambiamenti degli ultimi anni.
Professore, si cresce nonostante chi o che cosa?
“Abbiamo voluto lasciare sospesa questa parola, anche se per noi un senso ce l’ha. Si cresce nonostante gli adulti, le istituzioni. Nonostante i pregiudizi e gli stereotipi a cui sono soggetti i più giovani. In generale, nonostante tutti i condizionamenti esterni”.
Come possiamo declinare, oggi, il concetto di futuro?
“Il termine futuro è sempre valido perché per definizione si associa ai più piccoli. Biologicamente, bambini e ragazzi non possono che avere un futuro, visto che sono solo all’inizio della vita. Il problema è un altro: quante possibilità hanno, i più giovani, di fare delle scelte? Quante opportunità hanno di decidere cosa fare, cosa essere, cosa diventare? In questo senso oggi, il futuro, è meno scritto rispetto al passato: è meno ereditabile, meno ricostruibile a partire dagli indizi del presente. Azzardare previsioni sul domani è molto difficile perché siamo esposti tutti, e ancora di più lo sono le nuove generazioni, a una precarietà molto forte. Basta pensare ai fatti di Parigi: c’è chi sta cambiando le destinazione delle vacanze natalizie, chi sta pensando di rinunciare all’Erasmus”.
Ci sono anche risvolti positivi nell’assoluta incertezza rispetto a quello che sarà?
“I ragazzini di oggi sono cresciuti nel mezzo della crisi e per loro non c’è nulla di strano nel doversi improvvisare e nel doversi inventare la vita. Senza strade già tracciate si è senza dubbio più leggeri, si aprono scenari di sperimentazione e innovazione. E anche i genitori, dal canto loro, stanno riconoscendo ai figli la libertà di fare cose diverse da quelle che hanno fatto loro”.
I genitori sono ancora il punto di riferimento per eccellenza per la crescita?
“Io credo di sì, non sono stati sostituiti dall’insegnante o dal calciatore. I figli li riconoscono come la base affettiva ed educativa. Però si aspettano molto da loro, non solo perché sono abituati ad essere accontentati nei bisogni materiali. Ma anche perché vorrebbero essere meno affaticati dalle aspettative che i grandi ripongono su di loro. I ragazzi sono consapevoli del fatto che c’è un abisso tra il percorso che i genitori hanno fatto ai loro tempi e il sistema di opportunità che, invece, un giovane ha davanti. Le nuove generazioni sono ‘elettive’ nella misura in cui sono destinate a fare scelte non ereditate. Perché navigano a vista, prendendo al massimo come secondo punto di riferimento un fratello o una sorella maggiore”.
Come dovrebbe porsi una mamma o un papà, vista la difficoltà di dare indicazioni e consigli ai figli sul da farsi?
“Un genitore oggi deve fare moltiplicare i campi di esperienza disponibili ai propri figli: esporli a tanti sport, tanti studi, tanta scuola, tanti stage. Solo all’interno di questo mondo, i ragazzi possono accorgersi del momento o del luogo in cui si sono sentiti più capaci, efficaci, a loro agio. Non serve a nulla dare un unico mandato ai figli, proiettando su di loro le nostre aspirazioni fallite”.
Il gioco della nostalgia secondo cui era meglio prima risulta, quindi, fuorviante?
“Sicuramente è fastidioso e poco produttivo per chi se lo sente dire e ripetere. Ma può avere dei risvolti utili perché collezionare i saperi, oggi, è importante. Anche le competenze artigianali del nonno possono acquisire un senso. Per un giovane, avere più visioni, più abilità e più esperienze è fondamentale. Senza rivendicare però ciò che è meglio o peggio”.
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