
Un 18enne o un 25enne assomiglia in qualche modo a chi oggi, di anni, ne ha 35 o 40? La risposta è no, figurarsi rispetto a mamma e papà. Elisa Lello, ricercatrice del Dipartimento di Economia Società e Politica dell’Università di Urbino “Carlo Bo” lo ha scoperto indagando i “giovani veri”. La sua ricerca “La triste gioventù. Ritratto politico di una generazione” (Maggioli Editore) sarà presentata domenica 27 settembre alle 21 in piazzetta Unità d’Italia a Ravenna nell’ambito del festival organizzato dal Gruppo dello Zuccherificio “Il Grido della Farfalla”.
Nella “lista dei desideri” dei giovani , che cosa occupa i primi posti?
“Gli obiettivi più importanti sono essenzialmente il lavoro, che si augurano di trovare in fretta, e che deve essere fonte di buon reddito e di riconoscimento sociale; e poi, in cima alla loro lista di priorità, troviamo la costruzione di una famiglia, con figli. Strano, vero? Si tratta di obiettivi molto concreti, rassicuranti. Anche tradizionali. Ma ci sorprendono perché siamo abituati a sentire parlare dei giovani soprattutto in relazione ad eventi di cronaca, incentrati su comportamenti negativi (si pensi alle inchieste sul bullismo, sulla prostituzione a scuola, sugli abusi di sostanze stupefacenti…) che poi vengono estesi alla popolazione giovanile nel suo complesso. E così, i giovani ci sembrano nella loro totalità dediti all’emulazione di modelli facili di successo ad ogni costo, sulla falsariga dell’icona della velina o del calciatore. La realtà giovanile è un’altra. E, in fondo, il bello della ricerca sociale è che a volte serve proprio a sfatare certi miti del senso comune.
Il posto fisso è ancora una priorità?
“I giovani sono molto smaliziati, anzi direi che evitano accuratamente di cedere a qualunque illusione, compresa quella del posto fisso. Sono consapevoli dei problemi collegati alla precarietà lavorativa ma hanno un atteggiamento fortemente pragmatico: ‘meglio un lavoro precario che restare disoccupati’, come ci ha spiegato una ragazza in un’intervista”.
Parlare di “futuro” è ancora possibile? O almeno, i giovani lo fanno?
“Il futuro è una delle parole-chiave più importanti per capire i giovani. Certo che parlano del futuro, ma soprattutto in chiave negativa. Sono la prima generazione che è cresciuta con la certezza di andare incontro ad un futuro non migliore rispetto al presente, bensì peggiore. Può essere vero o no, ma il punto è che loro sono cresciuti accompagnati da questa certezza. Ed è proprio da qui che parte l’incupirsi delle prospettive, che porta a privilegiare obiettivi concreti, materiali, mettendo al margine tutto ciò che possa apparire astratto, grande, perché automaticamente considerato inutile o illusorio. È a partire da queste riflessioni che due filosofi che hanno un ruolo decisivo nel mio lavoro, Benasayag e Schmit, hanno parlato della nostra come di un’epoca delle passioni tristi’. Ed è da lì che nasce il ‘triste’ epiteto usato nel titolo”.
Che cosa sognano, in sostanza, i giovani italiani?
“I loro obiettivi sono essenzialmente quelli che dicevo prima: un lavoro redditizio e prestigioso, la famiglia, i figli. Si tratta di obiettivi molto diversi da quelli che avrebbero espresso i loro coetanei di dieci, quindici anni fa. Che al lavoro avrebbero dato minore importanza, o ne avrebbero parlato più in termini di gratificazione personale, o di valori ideali. E che invece avrebbero parlato più di viaggi, di esperienze di conoscenza del mondo e di se stessi; che, invece che all’istituzione della famiglia, avrebbero piuttosto dato la priorità al sentimento, all’amore. Il punto è che mi hai chiesto di parlare di sogni, e non a caso io invece ti ho risposto parlando più prosaicamente di obiettivi. Perché i sogni sono qualcosa di incondizionato, alto, spensierato. E i loro, anche per il modo in cui li descrivono, assomigliano invece a ‘sogni’ di persone già mature, che hanno già dovuto calibrare le proprie ambizioni su una realtà poco promettente. Eppure parliamo di ragazze e ragazzi di vent’anni…”.
In che cosa le nuove generazioni sono soprattutto diverse e distante da quelle precedenti, soprattutto dai genitori?
“I giovani sono diversi da come i loro genitori erano a vent’anni. Ma sono molto vicini e concordi, nelle scelte di vita e di valore, ai propri genitori come sono oggi. Mi spingerei a dire che è difficile scorgere elementi di ribellione generazionale, nel senso di proposizione di valori e visioni del mondo diversi. E questo è un punto di partenza importante per capire la specificità del modo con cui i giovani si accostano alla sfera politica, per cogliere cioè come e perché partecipano oppure si tengono lontani dall’impegno e cosa chiedono alla politica”.
Da mamma di due bimbi piccoli, come immagina il futuro dei suoi figli?
“Uno dei problemi trattati nel libro è che a forza di incitare i figli, gli allievi o i giovani in generale a studiare, impegnarsi perché il futuro sarà difficile, li abbiamo convinti che il futuro sarà, debba essere, appunto, una terra difficile, insidiosa. Per evitare loro la delusione di sbattere, un giorno, il naso contro una realtà non all’altezza delle loro aspettative, li abbiamo (pur con le migliori intenzioni) convinti a decurtare in anticipo, a monte, quelle stesse aspettative. Alla porta c’è il rischio della disillusione, non meno perniciosa della delusione. Anzi… Ecco, quando penso ai miei figli penso che dovremmo cercare un equilibrio tra la necessità di prepararli al mondo che troveranno senza eccessive illusioni, ma anche senza indurli a ridimensionare i loro sogni. Credo che il desiderio debba tornare a prendere prepotentemente il suo posto, anche come molla dell’apprendimento, al posto della minaccia del peggio (cioè del futuro…)”.
La maternità può ancora fare rima con “gioventù” o, davvero, i tempi e il contesto costringono a posticiparla sempre di più?
“Penso che sia soprattutto la nostra generazione, quella dei 30-40enni di oggi, ad aver posticipato il momento della nascita dei figli perché si è trovata di fronte ad una situazione davvero poco favorevole, tra l’introduzione di forme flessibili di lavoro, lo sfaldarsi delle reti familiari estese e uno stato sociale inadeguato, ancora ancorato ai canoni di un mondo che non esiste più. Le donne, in particolare, si sono dovute reinventare acrobate equilibriste per conciliare professione e maternità, e questo le ha portate a tessere biografie inedite, segnate dalla sindrome del ritardo. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno un atteggiamento più pragmatico, e sembrano voler recuperare dal passato biografie più rassicuranti, in un certo senso più tradizionali. Certo, al netto dei cambiamenti negli orientamenti sociali, rimangono le difficoltà strutturali, legate appunto al lavoro e alla possibilità di avvalersi di servizi e anche di prestazioni di sostegno al reddito: questi sono e rimangono punti cruciali”.
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