C’è Lora, grafica e mamma single. Poi Anna, giornalista con un marito e un figlio di 19 anni. Lysa, traduttrice con una bimba di tre. Ci sono molte mamme nelle storie raccolte da Sandra Burchi, ricercatrice all’Università di Pisa, nel libro “Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico” (Franco Angeli). Un testo che accende i riflettori su un fenomeno molto diffuso – ma ancora nell’ombra e poco raccontato – come quello, appunto, delle donne che svolgono la loro professione da casa, a volte in quanto lavoratrici autonome, altre a servizio di committenti esterni.
Ci sono scrivanie piene di fogli, penne e pranzi lasciati a metà. Zone di casa lontane dalla “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Perché, come dice Monica che ha due figlie di sette e tre anni, “a volte ho le bimbe che ballano lo zecchino d’oro dietro a me, ma io le ho abituate, ho detto loro tante volte: ‘state qui ma fate finta che non ci sono!'”.
Del resto, si è accorta l’autrice, le donne non scelgono di lavorare da casa spinte dal bisogno di conciliazione: “Non è questa l’esigenza prevalente, almeno all’inizio. Si lavora da casa perché si fanno largo, sempre più, professionalità per cui il mercato non è attrezzato. Chiaro che, quando si hanno figli, questo torna utile. Ma le donne che ho intervistato non stanno al computer in pigiama, non spolverano mentre lavorano. Sono donne che si danno una certa disciplina, si organizzano come se lavorassero fuori. Da casa, è vero, riescono a mettere insieme più esigenze, come appunto quella di andare a prendere i figli da scuola o tenerli con sé se sono ammalati. Ma nei fatti le donne formalizzano la gestione del lavoro, si danno dei riti e sono molto razionali”.
Qualche esempio? “Nei rapporti con i compagni e i mariti tutto prende una piega molto concreta: si parla di ‘accordi’, di ‘gestione dei figli’, quasi che le donne volessero far rientrare tutta la loro vita – professionale e non – in un contenitore serio e credibile, dove il lavoro a casa non può essere sminuito o considerato inferiore. “Che ci farai mai tutte quelle ore al computer?”: no, questo chi lavora da casa non se lo vuole sentire dire. Ecco perché, molte delle protagoniste dei racconti di Sandra Burchi, un rapporto con l’esterno, lo cercano e lo coltivano di continuo: “Il caffè con l’amica la mattina, la riunione: il fuori è il luogo di validazione delle loro professionalità, il posto in cui le donne si sentono valorizzate e riconosciute. Idem per le reti professionali, dove cercano comunque di infilarsi per far nascere scambi, idee, nuovi incarichi, nuovi ingaggi”.
La casa, a quel punto, non diventa certo un rifugio o una conquista, tutt’altro: “La casa è il baricentro in un mondo del lavoro frammentato e complesso, dove le conquiste avvengono solo un pezzetto alla volta. Quando il mondo del lavoro diventa inospitale, ecco che le donne provano a far quadrare il cerchio ritagliandosi una dimensione professionale domestica. Quello spazio, in realtà, funziona come un ufficio fuori. Le donne che ho incontrato si stimano, se hanno un problema provano a risolverlo. Non è gente che, scegliendo casa, va in retromarcia. Sono donne più che moderne“.

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