“Io, figlia di due malati psichiatrici. Ecco come sono rinata in comunità”

violenza donneLa chiameremo Sofia, per tutelarne l’identità. Ha 23 anni, è di Bologna, lavora come educatrice a scuola. Parla un italiano quasi forbito. Fa ragionamenti densi, profondi. Mai t’immagineresti il passato che si è lasciata alle spalle: la madre e il padre entrambi con patologie psichiatriche, per nulla in grado di occuparsi di lei.
Sofia, a 14 anni decidi di entrare in comunità: che cosa ti ha fatto scattare la molla?
“Le condizioni in cui vivevamo erano abbastanza problematiche da tutti i punti di vista: economico, visto che i miei genitori non lavoravano. E poi di cura: della casa, delle persone. Mia sorella e mio fratello erano usciti da un po’ di tempo. Io, la più piccola, ero rimasta. Eravamo seguiti dai servizi sociali ma non c’erano affatto maltrattamenti a mio danno, quindi era tutto sotto controllo. Ma un giorno ho visto stare molto male mia madre: non era la prima volta che accadeva ma fu ricoverata e quell’episodio mi colpì dentro. Mia sorella, da fuori, in quell’istante mi ha aiutata a pensare che potevo avere altro, che lontano da casa ci poteva essere una vita migliore”.
Che ricordo hai di quel passaggio?
“Per niente facile. I miei genitori, nonostante i limiti evidenti, mi volevano bene. Io non sentivo che avessero una colpa. Semplicemente, non erano all’altezza di crescermi. D’altro canto ero convinta che le comunità fossero un po’ come i vecchi istituti. Invece l’aria, fin dal primo giorno, era accogliente. C’era un cartello, quando sono entrata, con scritto ‘Benvenuta’. C’erano educatori competenti, ragazzi con cui ho presto stretto amicizia. Una seconda famiglia, insomma”.
All’epoca frequentavi la scuola?
“Frequentavo ragioneria ma ero spesso assente. La mia vita non era certo come quella dei miei coetanei: non avevo amici e ricordo benissimo la tristezza con la quale guardavo i miei genitori. Però, come dico spesso, avevo instaurato un meccanismo di difesa che mi portava a farmi scivolare addosso le cose. Era come se anestetizzassi i sentimenti per evitare di starci male”.
Sei mai stata vittima di qualche forma di discriminazione?
“Eccome. Una vicina, poco prima di entrare in comunità, mi disse che i genitori per lei erano sacri, che la famiglia veniva prima di tutto, anche della salute. Senza contare quando a scuola una persona commentò la notizia che mi sarei iscritta all’università grazie alla borsa di studio dicendomi: ‘Noi paghiamo le tasse per fare studiare quelli come te'”.
A distanza di nove anni, chi è Sofia?
“Vivo con una mia amica, studio e lavoro. La passione per il sociale mi è stata trasmessa dagli educatori che ho incontrato in questi anni. I miei genitori, che continuo a vedere, stanno come allora. Ho imparato a fare i conti con la mia storia, mi sono rifatta e sono sicura di non essere stata privata di qualcosa: gli anni in comunità mi hanno aiutata a recuperare. Non è tutto rose e fiori nemmeno lì, certo: ci sono problemi di risorse, per esempio. Ma la mia esperienza è stata positiva perché ho incontrato persone che mi hanno accompagnata e sostenuta”.
Lo hai accettato, alla fine, quel dolore?
“Ho imparato a vederlo con un occhio diverso, anche se è impossibile da quantificare. Non si finisce mai di crescere, né di accettare”.

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