“Se non fai il bravo, chiamiamo la mamma”. E., mamma di un ragazzino di 12 anni, combatte da anni contro un sistema-scuola che no, suo figlio non lo accetta, o almeno non lo sa e non lo vuole gestire. Questo emerge dall’accorata testimonianza di cui ci ha resi partecipi da Riccione, dove si è trasferita qualche anno fa. Il ragazzino in questione ha iniziato lì la scuola elementare: “La prima è stata una tragedia. Le maestre mi dicevano che era maleducato, scatenato, senza voglia di fare. Mi chiamavano di continuo per andarlo a prendere e ho perso due volte il lavoro per questo. Senza contare i genitori: me li trovavo al varco, davanti a scuola, a chiedermi spiegazioni per i suoi comportamenti”.

Non solo. E. si sente accusata spesso dalle insegnanti di avere delle colpe per gli atteggiamenti del bambino: “Puntavano il dito contro il fatto che fossi divorziata ma anche contro la mia scelta del tempo pieno. Scelta obbligata se volevo lavorare”. Elena, al contrario di molte altre mamme e altri papà che preferiscono non fare certificare il disagio dei figli, s’impunta: “Un anno scolastico intero tra psicologi e logopedisti per arrivare a farmi scrivere nero su bianco che mio figlio è dislessico, disgrafico e con un disturbo misto dell’attenzione e dell’apprendimento“.

violenza donneNon che un foglio cambi la vita, anzi: “Quando l’ho iscritto a Rimini, sono andata di persona a scuola a rimarcare il fatto che mio figlio ha un problema. Nonostante la mia segnalazione, però, è stato messo in una classe con altri bambini come lui, anche se non certificati, con insegnanti che andavano e venivano. Un po’ come buttare benzina sul fuoco. Senza contare il fatto che abbiamo aspettato mesi per avere un computer che lo facilitasse e che quando è arrivato, non ci è stato mai concesso di portarlo a casa, come invece la legge prevede. Un anno, dopo le vacanze estive, quel computer non c’era più. E abbiamo atteso altri sei mesi per averne un altro”.

Il sostegno, poi, arriva senza preavviso in terza elementare: “Un giorno mio figlio mi ha detto che gli era stata assegnata una maestra tutta per lui, che comunque non copriva tutte le ore di permanenza a scuola. Qualche pomeriggio c’erano a disposizione degli educatori. Fatto sta che ha passato la maggior parte delle elementari in corridoio con la bidella, senza imparare niente“.

Una battaglia conto i mulini a vento, quella di E., che ha conosciuto sulla sua pelle quanto possano essere vuote le parole “inclusione” e “integrazione”: “Alcuni genitori, con il tempo, per fortuna si sono accorti che fuori dalla scuola mio figlio non è certo Attila. Così le insegnanti delle medie: si aspettavano un tornado, invece hanno capito subito che era l’ambiente non favorevole a scatenare certi comportamenti. Oggi mio figlio sta seduto cinque ore al suo banco, scrive da solo anche se a fatica, non ha problemi particolari. Dieci ore su trenta sono coperte dal sostegno. Il problema, a casa, rimane: è nervoso, fatica a fare i compiti. Ma io sono una mamma, non un insegnante e nemmeno un gendarme“.

E., che oggi lavora solo un paio di volte alla settimana, è arrabbiata: “Sarà un calvario fino almeno ai diciotto anni. Andare a scuola, per bambini con problemi, è un inferno. Peccato che gli insegnanti non siano preparati. E quando lo sono, non s’impegnano più di tanto, non perdono tempo a preparare una verifica modificata per quel bambino dislessico, non fanno nulla per non isolarlo e farlo sentire come gli altri”.

Un caso, questo, molto simile a quello di Imola.