gierriereFrustrate e sofferenti. A volte anche felici: ma a che prezzo? Se lo è chiesto Elisabetta Ambrosi, giornalista e mamma, a proposito di quelle come lei (e come molte di noi). Da un questionario di trenta domande fatte girare un po’ in tutta Italia (anche se le risposte sono arrivate soprattutto dal centro-nord), è nato “Guerriere. La resistenza delle nuove mamme italiane” (chiarelettere). Un’analisi reale dei salti mortali alle quali molte di noi sono costrette tra lavoro e famiglia. Un’analisi condivisa da Lia Celi, che ha scritto la prefazione.
Elisabetta, che cosa ha chiesto alle mamme italiane?
“Moltissime cose. Il mio è stato un questionario lungo e dettagliato: com’è andato il parto, come sono stati i primi mesi, se si sentivano stanche, quanto guadagnavano, chi sparecchiava a casa, se hanno percepito la maternità. L’ultima domanda, invece, era questa: ‘Sei felice?'”.
Una domanda rara, forse anche scomoda e ingombrante: che cosa le hanno risposto?
“La felicità, a tratti, c’è. Ma costa parecchio. Le donne si aspetterebbero un po’ di gratificazione in più, vorrebbero che qualcuno riconoscesse il grande lavoro che svolgono. Invece si trovano di fronte un modello vecchio, che le fa sentire sempre come quelle che devono fare tutto. Che non possono delegare”.
Difficile, visto che sono quelle che guadagnano meno. Come se ne esce?
“Con politiche per la famiglia vere. Il bonus bebè, oltre ad essere una bufala, è per definizione l’antitesi di quella che intendo una cultura della famiglia. I bisogni dei bambini sono a tempo indeterminato ma le mamme, spesso, hanno guadagni intermittenti. Le tante precarie, quelle con la partita Iva, i contratti co.co.co. e le autonome, in molti casi quando si prendono una pausa per partorire e stare qualche mese con i propri figli, non vedono entrare un euro. E poi ci lamentiamo se i papà non usufruiscono del congedo parentale: lo stipendio forte resta il loro. Senza contare che ogni forma di aiuto, tutela o sussidio riguarda le lavoratrici dipendenti: un modello vecchio, che non sta al passo con le nuove forme di lavoro”.

Elisabetta Ambrosi
Elisabetta Ambrosi

Si parla molto di conciliazione: non si cade nella retorica, a volte?
“Eccome. La conciliazione viene sempre raccontata come un compito delle madri. Non va bene: le madri sono solo una delle gambe, o almeno dovrebbero esserlo. Ci sono anche i padri e la società in generale, con i suoi servizi. Ma a volte noi mamme non riusciamo nemmeno a pagare il nido o la baby sitter, se guadagniamo meno di mille euro”.
Le mamme, però, resistono, come recita il sottotitolo di “Guerriere”. In che modo?
“Pagando un prezzo elevatissimo. Quando mi dicono che i figli si sono sempre fatti, anche durante la guerra, rispondo che però i valori sono cambiati. Certo, noi mamme alla fine ce la facciamo. Ma che fatica: sono molto polemica con l’immagine della mamma imperfetta tanto di moda, quella nevrotica che brucia il sugo. Rimanda all’idea che tocca comunque sempre a noi donne”.
La crisi ha avuto un effetto negativo su tutto questo?
“Certo, ha amplificato il problema, non solo per una questione prettamente finanziaria. Nelle nostre teste è entrata in maniera prepotente questa storia dei tagli, dei tagli, dei tagli. Un gioco al massacro: avremmo bisogno di sentire altre parole, come per esempio ‘cura’, per vedere un orizzonte di speranza, per pensare con ottimismo. Invece succede il contrario”.
Un quadro che potrebbe scoraggiare chi è in procinto di cercare un figlio: è così?
“Come ha scritto qualche giorno fa Chiara Saraceno su Repubblica, fornendo anche parecchi dati, chi ha un contratto a tempo indeterminato fa più figli di chi non ce l’ha, entro i 34 anni. Logico che le condizioni lavorative pesano sulle decisioni familiari. E anche qui, imperversa la retorica. Ho scritto di recente un articolo sugli aborti spontanei, tema di cui si parla pochissimo. Non è detto che lo si viva male. Anche per queste ragioni”.

Per leggere l’intervista a Elisabetta Ambrosi sul libro “Mamma a modo mio”, clicca qui