Mario, il nonno che racconta ai bambini le tradizioni: in dialetto

Mario Amici insieme al nipote Alexander
Mario Amici insieme al nipote Alexander

Si dice che il vino racchiuda in sé l’anima della terra da cui proviene e forse nello stesso modo ci sono persone che, con genuina passione, sanno tenere viva la cultura del territorio in cui vivono, diventandone custodi e testimoni. Una di queste è Mario Amici, classe 1949, nonno di San Giorgio molto conosciuto nel suo quartiere (il Cervese nord), dove dal 1988 ha aperto un’attività commerciale diventando un po’ l’anima del paese. Qui ogni giorno vive e respira gli umori della sua comunità, facendosi portavoce delle diverse necessità della gente. Non ultimo, si impegna anche a tenere vive le tradizioni di una volta e la passione per il dialetto: “Sono nato parlando il dialetto, i miei genitori abitavano a Bagnile e qui sono rimasto fino all’età di 24 anni per poi trasferirmi a Botteghino. La mia famiglia mi ha trasmesso i valori della campagna, educandomi al risparmio e ai sacrifici, cosa che mi ha faceva gustare di più quello che ottenevo. I miei avevano un po’ di terra e cercavo di alleviare le loro fatiche dando una mano. All’epoca si dava priorità alla famiglia e si avevano pochi grilli per la testa. Da giovane facevo parte della compagnia teatrale ‘Drì la rola’, poi all’età di 24 anni mi sono sposato e sono andato a lavorare come capotreno a Piacenza e dopo tre anni a Rimini. Facevamo commedie in tutta la Romagna partecipando alle varie feste e dopo cinque anni itineranti mi sono fermato”. Nella vita però le passioni possono tornare a bussare assumendo forme nuove e così il dialetto da tre anni ha abbracciato la scrittura di poesie. Un’esigenza così forte che ha portato alla portato alla pubblicazione del libro “Arcùrd” (Ricordi) edito dalla Società “Il Ponte Vecchio”. Una quarantina di poesie dal linguaggio semplice e profondo ripercorrono ricordi di famiglia, amicizie, sogni, memoria e quotidianità. Leggendole, si può ancor di più condividere e comprendere lo scrittore Raffaello Baldini, quando affermava che “certe cose succedono solo in dialetto”. Il poeta di Santarcangelo rispondeva così a chi gli chiedeva perché si ostinava a scrivere poesie in dialetto.

Quando è nata l’idea del libro?
“L’idea di scrivere è nata nella primavera del 2011 quando mia mamma si trovava in ospedale e sentivo l’esigenza di tirar fuori quello che provavo. Il titolo è tratto dalla poesia ‘E svùit’ (Il vuoto) dove racconto il dolore che ha lasciato la perdita di mia mamma. Con la poesia si può spaziare in tanti settori. Nell’anno nuovo pubblicherò il libro ‘La nostra tera’ (La nostra terra), tratta dal titolo di una poesia scritta nei mesi scorsi. I temi ricalcano quelli del primo libro (la famiglia, la campagna e il lavoro), mentre le ultime dieci poesie le ho scritte mentre mio padre stava male e volevo lasciare una memoria soprattutto a mio nipote Alexander.
Sono una quarantina e ne ho già prodotte altre negli ultimi mesi. Adesso scrivo per divertimento e mi piace il tramandare”.
Quali sono i momenti in cui di solito scrive?
“Sono momenti in cui scatta la molla, spesso al mattino: d’estate mi sveglio presto e sento i contadini che lavorano con i trattori e nascono da ricordi di vita e dalla memoria storica. Ne ho scritto in diverse poesie come ‘Arcurdénd chi dé’ (Ricordando quei giorni) scritta un anno fa, ‘E’ bérch’ (Il barco), ‘E cùntadén’ (Il contadino)”.
Un binario parallelo alla scrittura è stato l’incontro con le scuole. Com’è andata?
“Da due anni per merito degli insegnanti ho incontrato alcune classi. Ai bambini di terza della scuola primaria ‘De Amicis’ di San Giorgio avevo proposto la poesia ‘L’è Nadèl’ di Madre Teresa di Calcutta, tradotta in dialetto. Alla classe 1G della media di San Giorgio, un anno fa ho regalato la poesia ‘E mi Nadèl d’una volta”, che hanno inserito nel loro libro ‘Da lontano…E dialet rumagnul e non solo’. Avevo scritto nella lavagna e spiegato la mia poesia, mentre gli alunni la trascrivevano. Mi domandavano curiosi come mai per Natale non avessi ricevuto l’iphone o il tablet ma abitudini e tempi oggi sono molto cambiati. Sono tornato di nuovo in classe spiegando e raccontando le tradizioni di una volta, cosa si faceva e come si lavorava in campagna. Una volta c’era pochissimo ma avevamo l’inventiva che oggi si è persa. Quando incontro per strada i ragazzi mi salutano sempre e l’esperienza in classe è stata toccante, mi ha lasciato qualcosa di molto positivo e mi spariscono gli anni. Il nostro territorio è un museo a cielo aperto ancora poco conosciuto. Durante ‘San Giorgio cammina’, tante persone non conoscono il territorio e con i bambini mi diverto a spiegare cardi e decumani. Mi piacerebbe molto incontrare bambini e ragazzi delle scuole raccontando la memoria di una volta e naturalmente il dialetto”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g