Un’infanzia ‘perfetta’, poi l’incubo dell’anoressia. Il racconto di Michela Marzano

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L’anoressia, quella vera, quella che ha radici talmente lontane e profonde di cui nemmeno chi la vive in prima persona si accorge, ha poco a che fare con i modelli di bellezza. L’anoressia c’entra invece con il desiderio spasmodico e continuamente insoddisfatto di volersi sentire leggeri, in senso metafisico prima ancora che fisico. E questo desiderio si fa strada molto presto, quando si è ancora bambini/e, quando ancora non si fa caso alla taglia indossata da una modella sulla copertina di una rivista patinata.

Leggeri fin quasi a scomparire, in modo che la nostra presenza non sia di intralcio agli altri e non sia fonte di sofferenza o di delusione per le persone a cui vogliamo bene. L’anoressia è quella descritta da Michela Marzano in “Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere” (Mondadori).

Marzano, ospite al recente Festivalfilosofia di Carpi, è nata a Roma nel 1970, ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa ed è diventata professore ordinario e direttore del Dipartimento di Scienze sociali all’Università Paris Descartes.

Una laurea in Filosofia con 110 e lode, poi un dottorato. Michela è abituata a essere la più brava, fin da piccola. Tutti la descrivono come una bambina obbediente, orgoglio dei genitori, in particolare del padre, ossessionato dall’ordine e dalla perfezione. E Michela con il passare degli anni, per non deludere, impara ad adattarsi talmente bene da arrivare ad anticipare i desideri e i sogni paterni, che contano più dei suoi. Rinchiusa e allo stesso tempo protetta da una selva di doveri, Michela comincia a soffrire di anoressia, arrivando a pesare, intorno ai 23 anni, 35 chilogrammi. Il rifiuto del cibo sembra essere l’unica via per riuscire a comunicare e attirare l’attenzione. Ma è un linguaggio che fa paura e non viene compreso. Anzi, spesso viene banalizzato. Nelle pagine del libro, che nonostante la drammaticità della vicenda scorre via con grande agilità, l’autrice sfata tutti i miti e i luoghi comuni sull’anoressia, dal bieco “Ma cos’hai da stare male? Hai tutto dalla vita. Io alla tua età…” al fatto che sia una non accettazione di sé o del mondo. E lo fa ricordando avvenimenti chiave della sua infanzia e della sua giovinezza, senza seguire un percorso lineare ma in una sorta di flusso di coscienza che collega elementi cronologicamente lontani ma ancora ben presenti perché “l’inconscio non conosce tempo”.

Il controllo di Michela sulla realtà è ferreo come la sua volontà: studia e si laurea in tempi record, sente la fame ma non mangia, non cede. Finché non si accorge di essere malata, di una malattia di cui l’anoressia è un sintomo e allora vuole tornare come prima. Ma il percorso per uscire dal tunnel è lungo e non contempla un ritorno al passato. Troppo facile. “Quando finirà questa maledetta battaglia?” chiede un giorno a uno dei suoi terapisti; la risposta, “Quando smetterà finalmente di voler fare contente a tutti i costi le persone a cui vuole bene”, la fa anche un po’ arrabbiare. Si accorgerà più tardi che l’analista aveva ragione, ma che per lei era troppo presto.

Un libro difficile ma pieno di speranza, che dovrebbero leggere i genitori per capire quanto aspettative eccessive possano influire sui figli e i ragazzi per comprendere quanto sia importante dare ascolto alle proprie aspirazioni.

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