Sergio Lo Giudice (a destra) insieme al marito Michele e al piccolo Luca
Sergio Lo Giudice (a destra) insieme al marito Michele e al piccolo Luca

Luca ha quasi due mesi, è nato in California. E poco importa chi, tra i suoi due papà – il senatore dem Sergio Lo Giudice e il marito Michele Giarratano – sia quello biologico: “La sfida delle famiglie omogenitoriali – spiega il primo – è anche questa: dimostrare che non importa il legame di sangue laddove ci sono amore, affetto e intenzionalità”. Sergio e Michele hanno 53 e 32 anni. L’idea di un figlio, data la differenza di età, è appartenuta da subito al più giovane: “Io e mio marito ci siamo sposati nel 2011 in Norvegia – racconta Lo Giudice – ma era già da tempo che avevamo parlato del progetto di diventare padri. Io appartengo ad una generazione che, purtroppo, considerava la genitorialità come un diritto inaccessibile. Per Michele è stato diverso: è cresciuto pensando di avere maggiori possibilità e una maggiore normalità di vita. E non ci ha messo molto a convincermi a seguirlo”.

Una strada non priva di ostacoli: “Il percorso è stato lungo e faticoso, prima di tutto perché ci siamo voluti documentare a livello scientifico, sfatando così tutte le obiezioni che vengono mosse ai genitori dello stesso sesso: ovvero che un bambino non cresca sereno se non ha come riferimento una figura maschile e una femminile. Gli studi ci hanno rassicurati, così come ci ha confortati enormemente l’esperienza di Famiglie Arcobaleno, dove le discriminazioni non sono affatto all’ordine del giorno, al contrario di quello che si potrebbe pensare”. Dopo l’elaborazione, Sergio e Michele si sono rivolti ad un’agenzia specializzata in gestazione di sostegno, quella che volgarmente viene chiamata utero in affitto: “Una definizione che non ci piace e che si sono inventati i detrattori di questa pratica. Pratica che invece, nel nostro caso, è stata portata avanti nella maniera più trasparente e pulita possibile. Il codice etico della nostra agenzia è rigoroso: le donne devono già avere figli, godere di stabilità economica e familiare, per evitare situazioni di subordinazione e sfruttamento. Abbiamo conosciuto la famiglia della ragazza che ha portato in grembo Luca, suo marito è rimasto con noi in ospedale, puntualmente ci telefoniamo e ci mandiamo le foto”.

La nuova vita di Sergio e Michele, per il momento, pare parecchio entusiasmante: “Ci avevano terrorizzato sui risvegli notturni ma sta andando meglio del previsto. Tra pannolini e biberon ci barcameniamo bene, è divertente. Io per tre giorni alla settimana sono a Roma, Luca resta a Bologna con Michele, lavorando da avvocato riesce a sbrigare parte del lavoro anche da casa. Io subentro per il resto della settimana, ci dividiamo i compiti nella maniera più spontanea possibile”. Peccato che Luca, in Italia, non sia riconosciuto come figlio di Sergio: “Negli Stati Uniti siamo entrambi suoi padri legali, a casa nostra no. Prima di rientrare siamo stati costretti ad andare da un giudice a far cancellare sul certificato di nascita il mio nome”. Ma Lo Giudice è fiducioso che nel giro di non molto qualcosa possa cambiare. Lo dice a poche settimane dalle anticipazioni sugli impegni di Renzi in materia di civil parternship e step child adoption: “Non c’era mai stata una promessa simile da parte di un governo italiano. Non voglio illudermi ma credo che davvero, questa volta, qualcosa possa cambiare anche da noi”.

Anche Sergio e Michele, come molte altre famiglie omogenitoriali, hanno fatto la scelta della visibilità: “Se ci si libera dall’idea che si sta facendo qualcosa di sbagliato, che ci si deve nascondere, i pregiudizi degli altri decadono. Abbiamo sempre sentito storie positive in questo senso. Ecco perché il nostro impegno va nella stessa direzione: rendersi espliciti agli occhi degli altri, alla fine, paga”.