
Letteralmente “bruciati”. Se lo preferite, scoppiati, stressati, a rischio patologie psichiatriche. Chi l’avrebbe mai detto, eppure gli insegnanti rappresentano la categoria di lavoratori più a rischio suicidio. Un problema sottovalutato secondo Vittorio Lodolo D’Oria, uno dei pochi medici che si occupa proprio del disagio mentale professionale dei docenti. Oggi sarà in una scuola di Cagliari, ieri era a Reggio Calabria, l’altro ieri a Nicastro. Qualche mese fa è stato anche a Bologna e di recente è stato chiamato di nuovo in Emilia-Romagna, questa volta direttamente da un’insegnante: un caso che sta seguendo in prima persona, che fa molto pensare ma che per il medico non è nemmeno dei più gravi.
Dottore, che cosa è successo?
“Un’insegnante, purtroppo, è arrivata a picchiare un alunno. Per non avere ricadute penali si è rivolta a me e stiamo cercando di ottenere l’inidoneità permanente all’insegnamento. C’è di peggio, non c’è dubbio: in questo caso la docente ha riconosciuto in pieno di avere un problema. Molti, invece, negano di avere delle patologie”.
La salute mentale degli insegnanti è poco considerata: perché?
“Perché riconoscerla significherebbe dover investire risorse pe
r la prevenzione. Il decreto legge 81 sulla salute dei lavoratori è del 208, nel 2011 è divenuto operativo per la scuola. Ma è rimasto lettera morta. Novemila su diecimila scuole non fanno assolutamente niente. E la maggior parte di quelle che qualcosa fa, non è all’altezza”.
In che senso?
“Vengono somministrati ai docenti dei questionari preparati dall’Ispesl che hanno del ridicolo. Solo due esempi: in una domanda si chiede ai docenti come si trovano con l’uso del muletto. In un’altra si chiede loro come si trovano con le turnazioni notturne. Questo ci fa capire che i questionari non sono tarati sugli insegnanti. Eppure spesso bastano ai dirigenti per lavarsi la coscienza”.
Il suo, dunque, è un lavoro controcorrente…
“Sì, contro i mulini a vento: il filone è del tutto sterile al momento. Però ci credo e vado avanti, perché il bisogno è enorme. Lavoro come libero professionista andando nelle scuole che mi chiamano per l’attività di prevenzione, ma anche come consulente per insegnanti e dirigenti. Sono anche responsabile scientifico dello sportello milanese ‘Io ti ascolto’, dedicato agli insegnanti in crisi”.
Ci sono dati in materia?
“Uno studio del 2012 rivela che le patologie riscontrate negli insegnanti inidonei alla professione per motivi di salute sono per l’84% di natura psichiatrica e per il 13% di natura fonatoria. Ma la legislazione e la giurisprudenza riconoscono solo queste ultime. Siamo al paradosso. Paesi come la Francia e la Gran Bretagna, molto attenti alla salute dei docenti, hanno dati precisi anche sul numero di suicidi. Da noi no: tramite due interrogazioni parlamentari, nel 2009 e nel 2012, ho chiesto che anche in Italia venissero effettuate ricerche ma non ho mai ricevuto risposte dai Ministeri”.
Questa tendenza a mascherare il fenomeno ha altri responsabili?
“Prima di tutto l’opinione pubblica, che ha un’immagine stereotipata del docente come colui che lavora mezza giornata e ha tre mesi di vacanze all’anno. Di recente una prof mi ha detto che non sono mesi di vacanza ma di convalescenza, una battuta che la dice lunga sul problema. Io però dico sempre anche agli insegnanti di fare mea culpa: fanno fatica a far valere i loro diritti, se ne vergognano. E così non fanno che perpetrare i luoghi comuni. Senza contare il ruolo dei sindacati, che non muovono un passo per il riconoscimento delle patologie professionali dei docenti”.
E i genitori, in tutto questo, che parte giocano?
“Una parte fondamentale, in negativo. Il ’68 ha messo in discussione le due agenzie educative per eccellenza: scuola e famiglia. Oggi i genitori si sentono in diritto di dire la loro, di criticare, di delegittimare l’autorità dei docenti. Mostro spesso una vignetta nella quale un genitore chiede al figlio, davanti all’insegnante, come mai ha preso una nota. Poi mostro come questa situazione è cambiata trent’anni dopo: stessa scena ma il genitore chiede all’insegnante il perché della nota data al figlio. Un problema ancora più grave nel caso dei figli unici, che alimentano il narcisismo genitoriale”.
Nemmeno le politiche per la scuola aiutano…
“Certo, con il tempo mi sono fatto un’idea precisa, anche se mia, dei fattori che scatenano le patologie psicologiche nei docenti. Lo svilimento sociale ed economico della professione è uno di questi. Poi ci sono i rapporti con i colleghi, i dirigenti e i genitori. Infine, non va dimenticato che tra le helping professions quella dell’insegnante è la prima per assiduità e frequenza del rapporto con gli utenti. Molto più del medico, dell’assistente sociale, del prete. Il professore ogni giorno entra in classe e trova sessanta occhi pronti a guardarlo, fargli una risonanza magnetico-nucleare, toccargli il lato più debole. I ragazzi, poi, sanno essere spietati”.
Il docente medio che caratteristiche ha?
“In media ha 50,4 anni ed è una donna. Il fattore fisiologico della menopausa conta eccome: rispetto ad una donna in età fertile, quella in menopausa ha un rischio di depressione quintuplicato. E qui si apre il grande tema delle pensioni. Sto seguendo il gruppo Quota 96, formato da insegnanti che sarebbero dovuto andare in pensione entro il 31 dicembre 2012 ma che invece sono stati ingannati dal ministro Fornero”.
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