Malformazioni cardiache, ritardo mentale, alterazioni neurologiche. Ma anche disturbi del comportamento e anomalie facciali. Sono le conseguenze più gravi del consumo di alcol in gravidanza sul bambino e in particolare del suo esito più estremo, la sindrome feto-alcolica. Valentina Allegri, pediatra dell’Ausl di Parma, da qualche anno si occupa di prevenzione: perché al pari dell’uso di acido folico, che bisognerebbe iniziare ad assumere ben prima del concepimento, anche in materia di alcol sarebbe il caso che le donne ci pensassero prima di avere il test di gravidanza positivo.
Dottoressa, quando è il caso di smettere di bere?
“Da quando si comincia a cercare un figlio. Quando la donna scopre di essere incinta l’abbozzo del cuore c’è già, sta per chiudersi il tubo neurale e labbra e palato stanno per saldarsi. Anche nelle settimane successive, in particolari tra la quinta e la decima, l’alcol può causare danni gravi. Insomma, bisogna cambiare i comportamenti in epoca precoce”.
C’è una soglia di tolleranza del consumo di alcol in gravidanza?
“No, non esiste una soglia sotto la quale si è sicure che non succeda nulla di grave. L’alcol va eliminato nella maniera più assoluta. Chiaro, un bicchiere di vino ogni tanto non provoca alcun problema. Ma la linea da tenere è quella dell’astensione totale”.
Chi sono le donne che bevono quando aspettano un figlio?
“Gli studi a livello mondiale evidenziano una correlazione tra uso di alcol in gravidanza e basso livello socio-culturale: è un discorso che vale, però, solo se parliamo della sindrome feto-alcolica, che in genere si manifesta in bambini figli di donne che hanno assunto anche cinque unità alcoliche al giorno, intendendo per unità alcolica 12 grammi di alcol, che di solito è il contenuto di una lattina di birra o di 125 ml di vino. Se allarghiamo l’osservazione anche ad alterazioni minori manifestate dai bambini, allora l’identikit delle donne cambia: ci sono madri con un livello socio-culturale alto e una vita sociale attiva. Sono quelle che, magari, consumano una o due unità alcoliche al giorno, abitudine che in genere non viene vista in maniera allarmistica”.
Qual è l’incidenza della sindrome feto-alcolica e degli altri disordini?
“Purtroppo in Italia manca una ricerca su scala nazionale. Ne esistono alcune locali, come quella del Lazio che ha preso in esame 976 bambini. L’incidenza è del 12 per mille per la sindrome feto-alcolica e del 63 per mille per gli altri disturbi”.
Chi dovrebbe occuparsi di informare e sensibilizzare le donne, visto che quando vanno dal ginecologo perché segua la gravidanza, è ormai tardi?
“Il problema esiste eccome. A Roma ICBD (che è un ente senza fini di lucro) ha partecipato negli ultimi anni al progetto Pensiamoci Prima in collaborazione con il Ministero della Salute. Anche io ho lavorato a ‘Pensiamoci prima’, dal quale sono nati alcuni ambulatori specifici in Italia, al Policlinico di Milano e al Santo Spirito di Roma, per esempio. Stiamo cercando di attivarlo anche nella nostra zona. Bisogna fare una grande opera di sensibilizzazione. Al momento sono impegnata nelle scuole superiori di Fidenza e nei gruppi di donne immigrate per fare crescere una cultura in materia. Non esistono ancora figure identificate che si occupano della salute della donna prima del concepimento, come invece avviene in Olanda e in altri Paesi europei. Dovrebbe occuparsene il medico di base ma è difficile che le donna gli si rivolga prima di avere il test positivo. Idem per il ginecologo”.
Maggiori info sul sito per operatori “Pensiamoci prima” e su quello dedicato alle coppie “Prima della gravidanza”
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