Nessun evento gli sfugge, nessuna partita del secolo, nessuna tragedia, che sia annunciata o imprevista: lui è lì che assiste, ma accasciato sul divano di casa, perché se il mondo cambia è meglio stare comodi.

È il ‘protagonista-entusiata passivo’, quello che quando ti incontra per strada, prima che tu possa trovare qualche scusa buona per evitarlo – del tipo “sono in ritardo al lavoro”, oppure “proprio in questo momento ho un attacco di diarrea” – ti blocca in un angolo perché vuole discutere dell’ultimo avvenimento che lo sta appassionando.

Molto spesso è di genere sportivo: la sfida del secolo o, meglio, una competizione che presenti una giusta dose di esotismo e incomprensibilità delle regole. E non guasta che sia un evento dove molti fra i protagonisti siano milionari.

Un esempio? Le regate come la Coppa America. Qualche anno fa, siccome un’imbarcazione stava partecipando alla competizione, si poteva incontrare un ‘protagonista- entusiasta passivo’ dovunque, dove meno ce lo si aspettava.
Questo fanatismo prevede che il soggetto non solo dedichi gran parte del tempo a seguire l’oggetto del fanatismo, ma che pretenda di diventarne un esperto semplicemente orecchiando qualche regola (del resto il fenomeno di trasformazione di un qualunque sprovveduto in finto esperto è elemento centrale dei fanatismi moderni).
Per concludere l’esempio della nostra regata per milionari e marinai chic, il ‘protagonista-entusiata passivo’ ha sottratto ore al sonno per seguire competizioni dove le barche costavano come tutti i Tfr degli operai Fiat. E la mattina successiva, con l’occhio pesto ma entusiasta, disquisiva di vele e strategie dettate dalle direzioni del vento, col piglio di Magellano sulla tolda della Trininad, utilizzando termini come orzata, che per lui fino al giorno prima era una bevanda dal colore sospetto, e tangone, che nei suoi sogni, precedenti alla scoperta delle regate, nient’altro era che la parte di un bikini ridottissimo indossato da una donna molto formosa.
Ancora meglio va quando in ballo c’è una tragedia di dimensioni internazionali, con stragi commentabili direttamente dal salotto, dopo appena una sbirciatina a un confuso filmato passato dalla televisione.

Il ‘protagonista- entusiata passivo’ non si perde un massacro; così come nessuna trasmissione dove pretesi analisti, con espressioni di ispirata gravità, si scontrano su cause e rimedi. E disegnando scenari apocalittici dividono il mondo, come di consueto, tra buoni e cattivi: e questo a ben guardare sarebbe pure un fanatismo, ma da trattare altrove.

Così la mattina è pronto a dibattere di geopolitica, come un Metternich redivivo, dispensando perle di strategia diplomatica e, nel migliore dei casi, quando ha saltato la colazione, bellica.
Del resto, la principale caratteristica del ‘protagonista-entusiata passivo’, che è anche la sua più importante risorsa, è la sua assoluta mancanza di specializzazione: in questo modo se ne può costruire una di volta in volta. Non è mai salito su un ring? Non importa, nel giro di un paio di
riprese è in grado di dare consigli come il vecchietto che stava all’angolo di Sylvester Stallone nel film Rocky (il secondo, però, perché nel primo perde comunque). “Ha perso l’incontro nella terza ripresa: doveva colpirlo al corpo e poi finirlo alla mascella”, come se per lui fosse facile
malmenarsi scientificamente con un tizio grosso come te e altrettanto incarognito.

La parte più inquietante di questo fanatismo è che va alimentato senza sosta, perché quando gli avvenimenti si concludono il ‘protagonista-entusiata passivo’ non prosegue nella passione ma si rivolge ad altro. Per sua fortuna i pretesti sono innumerevoli: se non è una partita di calcio è una rivolta in medioriente, oppure una missione spaziale, o uno scandalo che coinvolge i consueti milionari (non sempre gli stessi delle barche a vela, però). 

Vive per appassionarsi a qualcosa in cui non sarà mai veramente coinvolto e di cui non capirà mai davvero come funziona. Quello che conta è il sentirsi parte di qualcosa, nel formarsi un’opinione, nel costruirsi una conoscenza, seppure superficiale. Tanto per tornare all’esempio delle imbarcazioni, se mai ci mettesse davvero piede sopra, e sarebbe la prima volta, probabilmente tornerebbe a utilizzare il termine orzata per quello che ha sempre fatto, ordinandone una al bar del porticciolo. E mentre è lì che si gusta la bevanda cercherebbe disperatamente anche di posare i suoi occhi su un tangone: ma stavolta quello dei sederi.

 Tratto dal libro di Gianni Bessi e Paolo Pingani, Siamo tutti fanatici