I figli dovrebbero educare i genitori: utopia pedagogica o semplice provocazione? Ve lo saprà dire Eugenio Scardaccione, preside di Bari e vicepresidente del Gruppo Educhiamoci alla Pace, nonché autore del libro “Tu semini, io raccolgo” (Progedit) che sarà presentato oggi alle 17,30 al Centro RM 25 di Rimini (Corso d’Augusto, 241). Non un prontuario della genitorialità fatto di ricette precotte ma un invito a riflettere sulla relazione con i nostri figli che, scherza Gegè (questo il suo sprannome), “non ha la data di scadenza come lo yogurt”.
Eugenio, il libro nasce dalla rubrica “Genitori efficaci” che hai tenuto per tre anni sulla rivista Mondialità: quali temi affrontavi? 
“Questioni concrete, zero teoria pedagogica: piercing, capricci, conflitti intergenerazionali, scelta degli studi. In genere sceglievo un tema dalla cronaca e poi scrivevo la rubrica. Era la mia seconda figlia, allora 23enne, a correggermi le cartelle, verificando che i contenuti avessero un’attinenza alla realtà. Per il libro, poi, ha scritto una bellissima lettera. Alcuni dicono che si sia guadagnata il titolo di co-autrice”.
Sei padre di tre figli e lavori nella scuola da 35 anni. Che visione hai dei genitori?
“Ne ho viste e ne vedo di tutti i colori. Genitori che vogliono fare gli amici dei figli, insegnanti che vogliono sostituirsi ai genitori. I ruoli vanno separati, non confusi. Si può impostare un rapporto gioviale e amichevole con i propri figli, questo sì, ma è un errore madornale mettersi al loro stesso livello. A ognuno il suo mestiere”.
Che cosa impensierisce di più i genitori, oggi?
“La tecnologia. Spesso la nuova minaccia verso i figli che non si comportano come dovrebbero è ‘non ti compro l’ultimo modello di telefonino’, ‘non ti faccio la ricarica’. Senza contare quando i genitori s’inseriscono sotto mentite spoglie nei social network per controllare ciò che fanno i figli”.
Cosa ne pensa delle minacce?
“Minacce, ricatti e paure vanno abolite dall’educazione. L’imposizione ha sempre effetti nefasti. Facciamo l’esempio dell’adolescente che torna a casa oltre l’orario stabilito dai genitori. Si chiederà ‘e ora che cosa mi farà mio padre?’. Dopodiché imposterà con i genitori una relazione falsata, perché la regola non è stata condivisa”.
Qual è quindi il suo invito? Che cosa bisogna seminare?
“Speranza, fiducia, ascolto, tempo”.
Se dovessi indicare gli errori più madornali dai quali rifuggire?
“Sono due quelli che dovrebbero sparire dalla grammatica dei genitori con un referendum abrogativo senza quorum. Il primo è ‘Non ho tempo’. Spesso madri e padri, ma questi ultimi soprattutto, dicono che devono lavorare, hanno un appuntamento, devono scappare. E’ un alibi dal quale difficilmente ci si libera. Dopo quattro o cinque volte, la relazione è compromessa. E il deficit di comunicazione avanzerà inesorabile. Il secondo è “Stai zitto, sei piccolo”: non scordiamo che anche i figli piccoli sono portatori di valori. La relazione educativa deve sempre prevedere una reciprocità. Chiudo il libro avanzando l’ipotesi che siano i figli a poter educare i genitori”.
Non è troppo rivoluzionario? 
“Serve anche un po’ di ironia nella vita. Bisogna sapersi prendere in giro. In ogni caso non sono l’unico a dirlo. Prendete le vignette di Alain Le Saux, che ha scritto ‘Come educare il tuo papà'”.
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