Ci sono la Nuvola Olga e il Gruffalò, Pinocchio e il Piccolo Principe. Ma anche tanti argomenti spinosi e difficili da spiegare ai bambini a parole. Lui, con sette note e uno strumento, ci riesce. Andrea Lama lo riconoscerete subito: ha i ricci neri e una chitarra appesa alla schiena. Ha sempre vissuto di musica, fino ad accorgersi che far combaciare il pentagramma con l’infanzia  sarebbe stata la sua vita.
Andrea, come ti sei avvicinato alla musica?
“Grazie ad un’intuizione di mia madre, alla quale sono legatissimo. Avevo tre o quattro anni, mia zia mi regalò un’armonica. A orecchio suonai ‘Oh Susanna’ . Da adolescente mia madre si ricordò di quell’episodio e nonostante le difficoltà economiche, mi iscrisse al Conservatorio. Così mi allontanò anche dalle brutte compagnie”.
Che cosa trovavi di bello nella musica?
“Le canzoni mi trasmettevano dei contenuti, mi servivano ad imparare nuove parole come ‘centro di gravità permanente’. Iniziai a fare concorsi, mi diplomai in clarinetto. Ma suono anche il piano, il flauto, il sassofono, la chitarra. Gli unici strumenti per i quali sono negato sono la tromba e la batteria”.
Quale illuminazione ti ha fatto virare verso i bambini?
“Ad un certo punto ebbi un problema di salute, la voce in parte mi tradì. Era il 1997 ed ebbi l’idea di aprire un’associazione per insegnare musica ai bambini. Poi entrai con un progetto alla scuola elementare di Lido Adriano, dove proposi un percorso musicale sulle culture. In vista della rappresentazione teatrale, scrissi la mia prima canzone per bambini, ‘Sotto le onde del mare’. Le classiche canzoni dello Zecchino d’Oro secondo me non avevano lo spessore giusto”.
Poi hai fatto l’atelierista nelle materne del Comune di Ravenna, una figura che non esiste più. Il lavoro con le scuole continua?
“Sì, lavoro da libero professionista alla materna e alle elementari. Il centro del mio lavoro è la canzone. Non ho studiato pedagogia ma credo che la creatività vada educata. Se ci si arriva giocando, è meglio. Quando arrivo in una classe il mio approccio è divertente: magari racconto che la chitarra quel giorno ha il singhiozzo, che è timida e non vuole saperne di uscire dalla custodia”.
Che tipo di rapporto s’instaura con i bambini?
“Assolutamente paritario. Prima di incontrarli non chiedo nulla di loro alle maestre, non mi interessa sapere chi ha delle difficoltà. Punto sulla spontaneità e sullo scambio reciproco. E vengono fuori spunti bellissimi: qualcuno mi ha fatto notare che la chitarra assomiglia ad un Barbapapà, un bambino mi ha detto che il flauto è il nome di una merendina. Ai concerti che tengo d’estate nei bagni al mare, poi, resto sbalordito: i bambini conoscono le mie canzoni, se dal palco passo loro il microfono, sanno le parole a memoria”.
Quanti cd hai pubblicato?
“Due. Il primo ha venduto 4mila copie e il secondo 2mila, il tutto senza pubblicità. Al momento sto lavorando al terzo. Un giorno ho ricevuto una mail da un’educatrice di una materna del Trentino, che mi ha raccontato come alla festa finale, quando i bambini dell’ultimo anno  hanno salutato le maestre vestiti con il grembiule delle elementari, anche l’assessore si è commossa sentendo la mia canzone ‘Ciao’. Segno che la mia musica gira. ‘Rilù’ è entrata anche in alcune compilation natalizie”.
Oltre al cd, quali progetti hai?
“In Italia non esiste la figura del cantautore per bambini, io lo vorrei diventare. Ho preso contatti con alcuni arrangiatori importanti ma si fa fatica a sfondare. Dovrei investire soldi miei. E’ un progetto ambizioso al quale sto pensando. Nel frattempo sto lavorando con il Teatro del Drago alla realizzazione di un concerto strutturato”.
Com’è per tua figlia Evelyne, due anni e mezzo, avere un padre che canta per i suoi coetanei?
“Lei vive con gli strumenti. Toccare i tasti di un piano o conoscere un violino sono per lei cose normali. Il problema è che di musica è fatica vivere. Per questo, se non cambiano le cose, mi piacerebbe che facesse altro”.

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