Il programma settimanale di Sara prevede danza moderna, equitazione, un seminario di approfondimento sulla polifonia del cinquecento, scoutismo, compiti a casa, volontariato in parrocchia, palestra, corso avanzato di lingua inglese e di computer. Il ‘genitore orgoglioso’ quando incontra un suo simile comincia a snocciolare il programma settimanale della prole, come i camerieri di una volta i piatti del giorno. “Mia figlia riesce in tutto: è molto impegnata, ma forse la iscriviamo anche a un corso di pittura murale Maya…”. In realtà la figlia vorrebbe anche dormire ma non lo può dire a mamma e papà altrimenti le sembra di deluderli.
È uno dei fanatismi più diffusi: caricare i figli di aspettative, sperando che riescano in tutto quello che a noi, per mancanza di talento o di voglia, è sfuggito. Che sia chiaro: i figli chiedono di avere qualche attività che non sia soltanto l’andare a scuola e frequentare gli amici. Ma la spinta genitoriale moltiplica le occasioni di impegno, perché “se queste cose non le si fanno quando si è giovani…”. In verità il momento perfetto per toglierci qualche soddisfazione sarebbe proprio la terza età: se soltanto vivessimo in una società avanzata, dove raggiunta una certa età si potesse tranquillamente smettere di lavorare contando su un introito mensile che è qualcosa in più di un’elemosina.
No. L’ideologia della gioventù come termine entro il quale si debba mostrare il talento è ormai diffusa. A parte in politica, anche se le prime avvisaglie stanno arrivando anche lì (vedi voce sul fanatismo correlato). Ma tornando ai figli, come tutti i giovani sono gli elementi della società che meglio sanno apprezzare una sana e indisturbata cipollata sul divano, un’inutile contemplazione. Non sentono il tempo che urge alle spalle e la morte è ha ancora un che da debosciati poeti romantici.
La figlia o il figlio del ‘genitore orgoglioso’ crescono così di corsa, preparando borse o cartelle, saltando giù dall’auto in corsa e fiondandosi in palestre o laboratori. Arrivati ai vent’anni sanno fare un po’ di tutto, ma niente in maniera apprezzabile: suonano il clarino e giocano a basket, confondendosi spesso. Escono sovente con i giovani esploratori, ma cerando di applicare all’orienteering i movimenti della danza moderna. E i genitori sono sempre vicino a loro, a ricordare che debbono indossare una delle tante tenute da gioco o controllare se hanno con loro la custodia con gli strumenti a fiato andini. Il costo mensile in benzina è vicino a quello delle autopattuglie della stradale: le famiglie che hanno almeno un paio di figli, entrambi ovviamente iscritti a una teoria infinita di corsi e attività, non spengono mai il motore dell’auto. Come i rapinatori, ma questi ultimi vivono la necessità con meno ansia.
La procedura standard è la seguente: madre (o padre) che urla ai figli di sbrigarsi perché entro due minuti debbono essere in auto ed entro quindici minuti nel punto di arrivo. Ci si veste e ci si pettina come viene e a volte si dimentica anche qualche capo d’abbigliamento fondamentale: spesso calzini, più raramente biancheria intima. La salita in auto ricorda la vecchia partenza della 24 ore di Le Mans. Ovviamente il tragitto viene percorso in pochi minuti, perché l’esperienza è consolidata. Raggiunto l’obiettivo, i figli escono dall’auto come paracadutisti e hanno appena il tempo di lanciare un ultimo ‘ciao’ prima che la vettura parentale riparta sgommando verso altre avventure. È in quel momento, a volte, che sia i ragazzi che i genitori si accorgono di avere commesso un errore: il giorno o l’ora sono sbagliati, il luogo non è quello, oppure orario e posto vanno bene ma stanno per partecipare alla prova generale del concerto del coro della chiesa in accappatoio e costume da bagno.
Tratto dal libro Siamo tutti fanatici di Gianni Bessi e Paolo Pingani del quale pubblichiamo il capitolo Figli nostri
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