Aveva fatto parlare di sé qualche tempo fa, sposandosi controvoglia, solo per avere qualche diritto in più e definendo il suo matrimonio “una pagliacciata”. La scrittrice bolognese Simona Vinci, fresca del premio Campiello con il libro “La prima verità”, si è raccontata a Psicoradio, in onda sulle frequenze di Città del capo, risparmiando poco sulla propria infanzia: “Sono stata anche io una bambina ineducabile. Sono stata una bambina pericolosa per sé e per gli altri. Mi è andata bene. Se fossi nata solo cinque anni prima del 1970, in un altro contesto sociale, avrei potuto essere io quella bambina nuda, legata con cinghie di contenzione a un lettino spinto contro i margini dell’abisso”.
La bambina nuda è quella legata a un letto di ferro in un ospedale psichiatrico. Immagine del 1970 che apre il romanzo, che narra la storia di Angela, una giovane ricercatrice italiana e della sua decisione di andare sull’isola-manicomio di Leros, in Grecia, dove venivano recluse persone con sofferenza psichica e dove, a suo tempo, la dittatura dei colonnelli deportò poeti e dissidenti politici da tutta la Grecia, in una comune convivenza.
Nell’intervista la scrittrice ha anche rivelato di sentire fin da piccola voci e presenze, proprio come sua madre, nella cui sofferenza psichica si è rivista, portandola a comprendere il proprio bisogno di aiuto.
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