Da un po’ di tempo suo figlio aveva cominciato a dire: “La mia mamma non mi vuole bene”.
Da quando, di preciso? Dalla nascita del suo fratellino? O forse da quando aveva cominciato l’asilo? Le due cose più o meno coincidevano ed era difficile riuscire a stabilire una causa.
Una cosa era certa: le faceva male sentirglielo dire. Le venivano i brividi tutte le volte.
Quel pomeriggio decise di cambiare approccio. Come diceva la sua coach?
“Per aiutare una persona a cambiare una convinzione depotenziante, puoi usare la tecnica della raccolta delle prove al contrario“.
Provare non costava nulla.
Aveva anche imparato che era meglio non essere coinvolta direttamente, perché altrimenti lui avrebbe potuto sentirsi limitato nelle sue manifestazioni.
Dunque, doveva:
fargli raccogliere le prove che dimostravano che lei gli voleva molto bene (contrariamente a quello che pensava lui)
fare in modo che sembrasse che si stava parlando di qualcun altro (non certo di loro due!)
Gli buttò un occhio. Il piccolo stava disegnando.
Decise di sfruttare la sua passione per la scrittura. Era ancora troppo piccolo per farlo, ma sembrava che sentisse una chiamata per tutto quello che era il mondo della “parola”.
Si era portato avanti, e aveva imparato tutte le lettere dell’alfabeto.
“Ti va di scrivere qualcosa?”
“Siiiii! Cosa scrivo?”
“Scrivi… “U”… Bravo… “N”… “A”… Bravissimo “P”… “E”… “R”…”
Avanti così finché il titolo fu completo.
“E adesso?”
“Adesso il titolo è finito. Hai scritto: “una persona mi vuole bene quando…”. E ora, disegni in quali momenti sai che una persona ti vuole bene!”
Il piccolo cominciò disegnando una donna.
“Questa sei tu!”.
“Perfetto!” si disse la mamma fra sé e sé “E meno male che non dovevo essere “coinvolta” per farlo parlare liberamente! Vabbè, andiamo avanti, vediamo che cosa succede!”
Attorno al disegno della donna, cominciarono ad apparire altri disegni, che venivano puntualmente descritti da suo figlio:
“Quando mi porti in ludoteca! Adesso disegno la ludoteca!”
“Quando mi fai usare le forbici per i bimbi!”
“Quando mi porti a vedere le barche!”
“Quando mi dai i baci!”
Poi smise. “Basta! Non mi viene in mente più niente”
Lei lo guardò spiazzata. Era convinta che ci fossero anche altre cose. Che cosa voleva dire se a lui non venivano in mente? Significava che non gli dava importanza? Perché non se le ricordava? Doveva suggerire? No, la coach diceva sempre che l’altra persona deve trovare le risposte da sola, dentro di sé.
La mamma si alzò dal tavolo e andò verso la finestra.
“Sai”, disse mentre dava le spalle a suo figlio, “sto pensando a come faccio io ad essere certa che una persona mi vuole bene…” e lasciò il discorso in sospeso.
Il bimbo non aveva ribattuto nulla e lei si voltò per osservarlo.
Aveva ricominciato a disegnare.
“Quando mi porti alle mostre!”
“Quando mi insegni a rompere le uova per fare la torta!”
“Quando costruisci le macchinine con me!”
Quando la mamma si accorse che era stanco di quel gioco, gli propose di appendere il disegno nella sua cameretta. E di aggiornarlo tutte le volte che gli veniva in mente qualcosa di nuovo. Lei sapeva bene che più dimostrazioni d’affetto disegnava, più si indeboliva quella brutta convinzione che si era messo in testa.
“E se finisco il posto bianco?”
“Oh! Non ti preoccupare! La mamma ci attacca un altro foglio lì vicino… E un altro… E un altro… Tutti quelli che ti servono! E te ne serviranno tanti, stanne certo!”
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