Il dato statistico è drammatico: il 30% dei figli di detenuti diventano a loro volta detenuti, da grandi, se non sostenuti in maniera adeguata durante l’infanzia. Ed è per invertire la tendenza che l’associazione Bambinisenzasbarre lavora da tempo per accogliere meglio i minori dentro le strutture carcerarie ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché quegli stessi bambini, quando sono fuori, non vengano emarginati e isolati. Lia Sacerdote è la presidente dell’associazione. E nel marzo scorso ha firmato insieme al ministro della Giustizia Andrea Orlando e al Garante dell’infanzia Vincenzo Spadafora il primo protocollo d’intesa a livello europeo a tutela di quei 100mila bambini e adolescenti che entrano nelle carceri italiani in visita ai propri genitori detenuti.
Un documento importante: perché?
“Perché in Europa è il primo in materia. Perché anche se non è una legge, detta delle linee guida che verranno recepite dall’amministrazione penitenziaria e vengono suggerite alla magistratura”.
Nel concreto, che cosa vi aspettate possa cambiare?
“Il carcere deve essere accogliente verso i bambini, colorato. Ma non solo: a noi interessa il discorso culturale, il cambiamento mentale delle persone. Noi diciamo sempre di non lasciare soli questi bambini quando sono a casa, a scuola, nella società: devono già vivere con un segreto dentro di sé, sono già costretti a confrontarsi con la vergogna e anche con il senso di colpa, pur non essendo loro gli autori del reato”.
Che cosa rischiano, in assenza di queste attenzioni?
“Al di là del reato, non dev’essere interrotto il legame affettivo con i genitori e i bambini coinvolti devono sentire addosso la responsabilità di ognuno di noi nel non lasciarli soli”.
Come agite nel concreto?
“La nostra sede è a Milano ma stiamo organizzando sul territorio italiano una rete per la diffusione di una cultura in materia. Perché il figlio dei carcerati, purtroppo, è visto con occhi diversi. E questo ha a che vedere con il fatto che il carcere è percepito come un luogo che non fa parte della società, che è relegato in un angolo. Non lo si pensa come un luogo aperto, trasparente, che serve alla rieducazione degli individui. E questo porta a conseguenze anche sulla percezione dei bambini: non si pensa mai che anche loro, ogni giorno, entrano ed escono”.
Sono liberi?
“No, non lo sono. Sono anch’essi vittime di quella dicotomia tra buoni e cattivi che la mentalità comune mette in atto quando si parla di detenuti. Il confine è molto più labile e complesso. La certezza della pena è una priorità ma i bambini vanno liberati”.
Rischiamo di vederli dietro le sbarre da adulti?
“Sì, il dato statistico che dice che il 30% dei bambini figli di detenuti rischia lo stesso destino noi lo ritroviamo nei nostri gruppi di riflessione con i genitori carcerati. Lavorare nella direzione giusta ci consente di fare prevenzione sociale”.
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