Rebecca ha 17 anni, studia al liceo artistico, vive a Milano. Fin qui la sua storia sembrerebbe normalissima, sempre che esiste una normalità nella vita delle persone. Rebecca Covaciu è Rom, è nata in Romania, è vissuta in Argentina, Brasile, Spagna, Francia. Domani alle 18,30 sarà al centro Quake di Ravenna (via Eraclea, 25) nell’ambito degli eventi della Settimana contro il razzismo. Presenterà il libro “L’arcobaleno di Rebecca” (UR Editore) che raccoglie i suoi disegni e i suoi pensieri, e il film “La canzone di Rebecca” dove, da protagonista, racconta la propria storia per la regia di Roberto Malini.
Vivevi nelle baracche, oggi abiti in una casa. La tua vita è migliorata?
“Non abbiamo la luce, il riscaldamento. I miei genitori non lavorano. Ci hanno provato in tutti i modi ma finché si continuerà a vedere i Rom come a ladri, nulla cambierà. Inserirsi nella società non è per niente facile. Ho tre fratelli e due sorelle, uno solo va a scuola come me”.
Perché la parola zingaro richiama nell’immaginario collettivo qualcosa di negativo?
“Come da tutte la parti, anche tra gli zingari c’è chi ruba. Ma ci sono anche le brave persone, io ne ho conosciute parecchie nei campi. Ma quando viene data un’etichetta, è difficile toglierla”.
Sei stata discriminata, quando eravate nomadi?
“Sì, arrivava la polizia all’improvviso e ci cacciava via insultandoci. Ammassavano le nostre cose, buttavano i nostri vestiti. I bambini piangevano. Ancora oggi, quando vado davanti al Duomo a vendere i miei disegni, c’è chi mi intima a togliermi di mezzo, chi mi urla dietro”.
La tua arte, che coltivi fin da bambina, ti aiuta ad abbattere le barriere?
“In parte sì. L’arte è come una preghiera semplice, che schiarisce le idee anche a chi ce le ha confuse, che raduna le persone. Nella scuola dove studio, il liceo artistico Boccioni, ho trovato accoglienza. Chi fa arte ha il cuore aperto”.
Fondamentale è stato il tuo preside, Giuseppe Como…
“Quando sono andata a chiedere se potevo iscrivermi nonostante non avessimo un indirizzo di casa e senza uno stipendio dei miei genitori, lui mi ha accolto a braccia aperte, come un padre. Ha preso il diario con i miei disegni e ha detto che ne avrebbe fatto buon uso. Infatti è riuscito a farmelo pubblicare. Oggi continua a dare una mano a me e alla mia famiglia, anche per l’affitto. Ha fatto appello perché io possa avere una borsa di studio ma ancora non mi è stata concessa”.
Che classe fai adesso?
“La seconda. Non ho frequentato le elementari, ho imparato a leggere e a scrivere alle medie. Le mie materie preferite sono quelle pittoriche”.
Qual è il messaggio che porti in giro con il libro e il film?
“Voglio comunicare il fatto che tutti i bambini hanno diritto ad una casa calda e ad essere felici. Che anche noi Rom siamo esseri umani. Qui a Milano, di recente, ci sono stati nuovi sgomberi. Vorrei portare un po’ di pace e libertà nella mentalità della gente”.
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