
Tutto torna e niente si distrugge. Nella ciclicità che trasuda dall’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby, “Il veleno dell’oleandro” (Feltrinelli), ci sono anche molte donne: madri, nonni, zie, figlie. Personaggi che l’autrice, origini siciliane ma inglese d’adozione, racconterà giovedì 28 febbraio alle 18 alla Feltrinelli di Ravenna (via Diaz, 14)
Ha scritto “Il veleno dell’oleandro” durante il lutto per tua madre. Com’è stato, durante quel periodo, parlare di mamme come Anna e Mara?
“È stato duro sapere che mamma non c’era più ma non è stato né difficile né doloroso descrivere Anna, l’anziana. Parlare di Mara, una madre incerta su cosa fare con la figlia anoressica, è stato come sempre per me in questi casi: ricordo i tanti errori da me commessi quando i miei figli erano a casa, e anche dopo. Errori fatti comunque dopo aver pensato al loro bene. Io credo che si debba chiedere ai genitori di fare del loro meglio, e basta”.
Anna è una zia che ha fatto da mamma alle sue nipoti, Mara è una mamma che non si sente all’altezza: quanti conflitti e quante contraddizioni cela in sé, secondo lei, la parola maternità?
“Il Cristianesimo e il Cattolicesimo hanno osannato e trasformato la maternità in una condizione semi-divina. Ci si aspetta troppo dalle mamme. La legge inglese, per esempio, si aspetta che un madre metta sempre il bene dei figli al di sopra del proprio. Questo credo sia essenziale per i bambini piccoli, che debbono essere protetti, ma non per un figlio quindicenne. La mamma non può essere sempre la seconda. Il vittimismo delle mamme che si sacrificano e lo fanno pesare ai figli è dannosissimo, letale. Distrugge i figli adulti e li rende incapaci di avere dei rapporti sani con i propri compagni e figli, a loro volta”.
Che cosa significa per Simonetta Agnello Hornby “maternità”?
“Amare i figli senza alcun riserva o giudizio, essere disponibili per loro, criticarli soltanto se necessario, lasciarli andare via dal nido, aiutarli ad essere indipendenti e poi supportarli finanziariamente se non sono capaci di farlo da soli per motivi di malattia o altre circostanze eccezionali”.
Il libro parla di una grande famiglia, dei segreti che si celano al suo interno, di taboo, di vergogna, di cose non dette. Il tutto dietro una facciata meravigliosa, quella della villa di Pedrara, in Sicilia. Che cosa voleva comunicare, attraverso questo contrasto?
“Facendo ricerche sul veleno degli oleandri sono rimasta colpita dal fatto che un pianta così bella possa uccidere e con sofferenze atroci. Volevo comunicare che dietro alla bellezza spesso ci sono brutture enormi, che tolleriamo perché diamo una grande importanza alla bellezza”.
Tra i temi forti ci sono la bisessualità, l’adulterio, la violenza dell’uomo sulla donna: sebbene abbia un sapore antico, forse per l’ambientazione, il libro tratta di temi contemporanei. Si è ispirata a qualche vicenda in particolare?
“No, ho sempre pensato che non è giusto che i bisessuali siano poco amati sia dagli omo che dagli eterosessuali. L’adulterio esiste da sempre ed e molto più diffuso di quanto si creda. Non lo considero nemmeno un tema forte tanto è comune, ma forse ho la deformazione professionale dell’avvocato di famiglia. La violenza sulla donna – e sull’uomo – ha fatto parte del mio lavoro. La aborro. Bisogna spiegare che capita ovunque, in tutte le nazioni e classi sociali, ed è nascosta”.
“L’amore capita, non si pianifica”. Sotto le gelosie e i rancori, questo libro parla, alla fine, di amore…
“L’amore vero è bello e si prende delle libertà. Anche l’attrazione e l’innamoramento, se controllati, sono molto belli”.
Quanto le è costato, a livello emotivo, scriverlo?
“Non più degli altri romanzi, certamente meno de ‘La zia marchesa’, che parla degli Agnello, la mia famiglia”.
Lei è mamma e nonna in un paese straniero, la Gran Bretagna. Com’è, da lì, lo sguardo sulla famiglia italiana?
“Posso parlare soltanto della famiglia siciliana, che ha un grande difetto: vizia troppo i figli e si aspetta troppo da loro. Un tempo il figlio maschio era il preferito della madre, ora meno. Le femmine erano da sposare e da tenere in casa. Tuttora le madri siciliane aspirano a ‘sistemare’ i figli attraverso il matrimonio. Ma non sono più disposte a sacrificarsi e tenere i nipotini, rivendicano la loro vita. Allo stesso tempo si aspettano di essere accudite dai figli. Mi disturbano i rapporti finanziari nelle famiglie siciliane: i figli si aspettano e ricevono dai genitori la casa, la macchina, il corredo, la casa di campagna, e di essere mantenuti fino a quando non trovano lavoro. I genitori danno tutto ciò, spesso, con sacrifici. Vogliono in cambio assiduità nei rapporti, dipendenza, compagnia. Questo non è sano”.
In Gran Bretagna tutta un’altra storia…
“Ora apprezzo molto di più il sistema britannico, che criticavo enormemente da giovane: i figli si allevano, si dà loro la possibilità di studiare fino ai 18 anni e se si può si aiutano durante l’università, altrimenti fanno un debito con lo Stato che ripagheranno da laureati. A laurea ottenuta devono cavarsela da soli, totalmente. I genitori non dipenderanno dai figli nemmeno da anziani e da invalidi”.
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