Nonna Azzurra nella vita ha fatto la caposala della centrale interurbana della Sip, prima a Bologna e poi a Rimini. Ha avuto quattro figli e tre nipoti. E oggi, all’età di 85 anni, non smette di andare in giro per le scuole a narrare storie. Rigorosamente senza libro in mano. Leggere? Guai mai. I bambini li vuole guardare negli occhi. Oggi alle 17 sarà alla libreria Viale dei Ciliegi 17, come fa una volta ogni due settimane, per l’appuntamento “Tè delle fiabe”

. Pur essendo la sorella di Antonio Faeti, scrittore, saggista e professore di letteratura per l’infanzia tra i più noti in Italia, non è convinta di avere respirato da lui la passione per la narrazione.
Signora Azzurra, da chi è stata influenzata, se non da suo fratello?
“Da mia nonna, che era nata nel 1860. Era l’affabulatrice del paese, in provincia di Bologna. Raccontava a tutti, in dialetto, le fiabe napoletane di Giambattista Basile, che una contessa aveva tradotto in bolognese. Io continuo ad andare nella sua direzione”.
Nella vita ha fatto tutt’altro: come ha cominciato a dedicarsi alla narrazione?
“Otto anni fa, in occasione del bicentenario della nascita di Andersen, a Rimini ha inaugurato Viale dei Ciliegi 17. Mio fratello è stato invitato. Per scherzo ho detto che sarei andata anch’io. E mi sono ritrovata davanti a 21 bambini pronti ad ascoltarmi”.
Che rapporto instaura con i bambini?
“Bellissimo. Ho i capelli bianchi, non mi trucco. Rappresento la nonna per eccellenza. E dopo qualche volta che mi vedono, i bambini mi saltano sulle ginocchia a raccontarmi le loro cose, compreso che si sono fatti la pipì a letto”.
Avrà di sicuro moltissimi aneddoti sulle loro reazioni…
“Ne ho a valanghe. Uno dei più belli riguarda José, un bambino sudamericano che frequentava la scuola media Fermi di Viserba. Tutti i suoi compagni, ai miei laboratori, si portavano dietro un libro di fiabe. Lui, invece, non ne aveva nemmeno uno. Un giorno arrivò con un quadernone sopra il quale aveva copiato a mano una fiaba. Mi disse che quel giorno ce l’avrebbe letta lui una storia. Fu talmente tenero che gli regalai un libro più grande di lui”.
Che potere ha la narrazione su di loro?
“Fortissimo. Mi viene in mente un bambino autistico che non riusciva mai a stare in classe. Un giorno gli dissi che durante i racconti ogni tanto mi fermo, come un disco rotto. E che avrei avuto bisogno di una spinta per ripartire. Lui iniziò a spingermi giù dalla sedia ogni volta che facevo una pausa. E cominciò a restare in classe con noi”.
La sua è attività volontaria?
“Sì, è un’esperienza senza fatica talmente è gratificante. E poi le fiabe sono fatte per essere regalate”.
Qual è la sua preferita?
“Sono una fanatica di Luigi Capuana. Tutte le sue fiabe sono di una profondità incredibile. Io amo le fiabe perché tolgono la paura, non la fanno venire. La morale va cercata al loro interno. Le fiabe aiutano a non avvilirsi, ci dicono che ce la possiamo fare da soli”.
Ha mai pensato di scriverne di suo pugno?
“Quando non ne trovo di inerenti ad un tema, come per Natale o per Pasqua, allora me le invento io. Ma non sono una scrittrice”.
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