
Stava spiegando Leopardi in una classe delle medie di Scampia. Armando (nome di fantasia) mostrava di non capire assolutamente nulla. Era anche avvilito, oltre che annoiato. Paola Cortellessa, la sua insegnante di lettere, decise di attivarsi. Perché se in un quartiere difficile di Napoli la scuola – che è l’unica opportunità per molti – non riesce a conquistare i ragazzi, “verranno conquistati da altro”. Alla prof venne un’idea: “Proposi al mio alunno di tradurre in dialetto ‘L’infinito’. Lui si sentì importante, prese fiducia in se stesso e nella scuola. La sua poesia venne pubblicata nel giornalino dell’istituto. Dal punto di vista letterario era terribile, dal punto di vista umano un capolavoro. Armando, che aveva il papà in carcere e passava i pomeriggi con gli amici di lui, prese da quel giorno a sentirsi valorizzato, a fare cose belle per la scuola. Dopo la scarcerazione del padre si trasferì a Ravenna per giocare a calcio. Tutta la famiglia lo seguì. Una delle più belle soddisfazioni di quindici anni di lavoro laggiù”. Paola Cortellessa, autrice del libro “A noi la parola! La scuola che vorrei: scritti e storie di alunni da Scampia a Perugia”, sarà sabato 9 settembre dalle 9 alle 13,30 alla sala Estense di Ferrara, dove all’interno del convegno “Sulle spalle dei giganti. L’insegnamento dei buoni maestri per continuare a scommettere sul futuro”, terrà l’intervento “Un’idea di educazione in contesti difficili”.
Dopo quindici anni d’insegnamento a Scampia, l’anno scorso ha sentito di dover cambiare aria: “Oggi insegno alla media Pirandello Svevo del quartiere Stoccavo, che ha i suoi problemi, anche se meno gravi. Avevo bisogno di novità, anche se è stata dura lasciare quell’esperienza così forte. Ma cambiare consente di rileggere tutto con occhi diversi e una maggiore obiettività”. Ma Paola resta pur sempre un’insegnante di periferia: “Di quelli costretti a farsi una domanda in più. Perché se è vero che nemmeno nella scuola tradizionale i ragazzi reggono più la classica lezione frontale, nei quartieri difficili bisogna mettersi in discussione per provare a lasciare un segno sulla vita dei ragazzi. Restare distaccati dalle tragedie umane che alcuni di loro, non tutti, vivono, è impossibile e sarebbe sbagliato. Si è davanti a vissuti che lasciano impietriti, se si pensa all’età che hanno gli alunni. Conoscere il contesto da cui provengono e appassionarsi, non per giustificarli ma per trovare le chiavi di accesso giuste, è fondamentale. Fondamentale se si vuole che la scuola dia loro speranze per il futuro”.
A Scampia, infatti, oltre la scuola ci sono ben poche possibilità: “In altre realtà esistono mille modi per compensare le falle del sistema scolastico. Tuo figlio non riesce a imparare l’inglese? Lo iscrivi a una scuola pomeridiana di lingue. Ecco, a Scampia la scuola è l’opportunità, non è scontata e normale come altrove“.
Certo è che i contenuti, fondamentali nel sistema istituzionale, qui occupano spazi e tempi diversi: “Come diceva don Milani, a questi ragazzi andrebbe dato di più. La vera lotta, per me, è stata quella di dotarli di strumenti nuovi per poter cambiare strada. A Scampia, per noi insegnanti, le strade sono due: si scappa o ci si innamora. Se si ha voglia di farsi coinvolgere, le possibilità ci sono, anche se non nego che spesso mi sono sentita sola e appesantita. Ecco perché credo sarebbe bello se si formasse un coordinamento dei docenti di periferia, per condividere le nostre esperienze”.
E lo sguardo di chi ha lavorato in realtà disagiate cambia anche nei confronti del sistema: “Da lì ci si accorge che la scuola è in generale lontana dalla realtà e dalle esigenze quotidiane. Ma ci si rende anche conto che tante possibilità, come i fondi europei con cui si potrebbe fare molto, non sono adeguatamente sfruttati. Insieme ad alcuni colleghi e a persone che sono fuori dal mondo della scuola, abbiamo fondato l’associazione Lo squarcio per portare alla luce una scuola viva, vera, non teorica. Per fare emergere quella che per noi è la buona scuola”.
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