Le baby sfilate viste da dentro: “Bambine come donne tra gloss e mascara”

Flavia Piccinni
Flavia Piccinni

Bambine ipersessualizzate a suon di mascara, gloss e pose ammiccanti. Bambini di sette anni che ne dimostrano il doppio. Genitori in visibilio perché i figli si mostrano, quindi sono. È un mondo solo all’apparenza staccato dalla realtà quello della moda bimbi. Un mondo che risponde a proprie regole e canoni, a loro volta dettati dal mercato, e che la dice lunga sull’immaginario comune che anche lontano dalle passerelle abbiamo della bellezza, dell’apparenza, dell’ossessione per la seduzione e per un certo modello femminile. A raccontarne tutte le sfaccettature – senza generalizzazioni e tentativi di demonizzazione – è stata la giornalista e scrittrice Flavia Piccinni nel libro “Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” (Fandango).
Flavia, il suo reportage si apre con una sorta di choc che lei ha provato alla prima baby sfilata alla quale, per caso, si è trovata ad assistere. Che cosa l’ha colpita di più?
“L’atteggiamento degli adulti e il fatto che le bambine sembrassero delle donne. D’improvviso mi sono chiesta: ‘Ma dov’ero io dove quando è iniziato tutto questo? Perché non me ne sono accorta?’. Da quel momento ho iniziato a interessarmene. Quello della pubblicità e delle sfilate che vedono come protagonisti i bambini e le bambine è un ambiente che pensiamo non ci riguardi ma che, a livello di immaginario, è dentro di noi”.
Cosa racconta, quel mondo, dei genitori di oggi?
“I genitori che ho incontrato sono convinti che su quelle passerelle non stia accadendo nulla di male. Provano in genere piacere perché la propria bambina è molto bella, magari la più bella. Il fatto che i figli siano al centro dell’attenzione e visibili fa pensare loro che siano all’inizio di una scalata verso il successo, l’affermazione, il riconoscimento”.
Quanto perdono, quei bambini e quelle bambine, della loro infanzia?
“Una risposta univoca non c’è. Alcuni fanno casting e shooting fotografici in maniera saltuaria, altri sono impegnati molto più spesso, tanto che lo descrivono come un vero e proprio lavoro, non certo un gioco come certi genitori invece riferiscono”.
C’entra la motivazione economica, per le famiglie?
“Ben poco, i compensi sono bassi. A qualcuno può interessare percepire qualche centinaia di euro, per carità. C’è chi mi ha detto che li usa per il ménage familiare o per comprare i vestiti ai figli. Ma il discorso è più complesso, il denaro non è preponderante. Ho incontrato una mamma che quasi tutti i fine settimana porta il bimbo molto piccolo dalla Sicilia a Milano: in quel caso è lei a proiettare sul bambino il suo desiderio di entrare nel mondo della moda. Molto spesso i genitori usano la prima persona singolare o plurale, come ‘vado a fare il casting’, ‘andiamo a fare il casting’. Sono i bimbi, in realtà, ad andare”.
Tra le femmine e i maschi ci sono differenze di approccio, aspettative e comportamenti?
“Alcune mamme di maschi mi hanno riferito che se avessero avuto figlie femmine, non le avrebbero mai fatte sfilare. I bambini lo fanno con uno spirito diverso, per diventare famosi, come ‘scugnizzi’ esasperati. Le bambine, invece, tra glitter e fard vengono ipersessualizzate”.
Con quali conseguenze?
“Non ci sono studi scientifici con campioni sufficientemente elevati da potere trarre conclusioni. Certo è che sia la psichiatra che il pediatra che ho intervistato hanno ribadito come l’età 3-10 anni in cui si collocano i baby e le baby top model sia fragile, molto fragile. Sono bambini e bambine trattati come adulti, nei quali è difficile capire fin dove il desiderio di stare in quell’ambiente è proprio o mutuato dai grandi. Che sognano, quasi all’unanimità, Pitti Bimbo, considerato la massima aspirazione: arrivare lì vuol dire esserci, significa entrare nei meccanismi giusti e vedere moltiplicata l’immagine dei propri figli”.
Lei ha documentato una sfilata dove i bambini non potevano nemmeno bere l’acqua, per evitare di bagnarsi. Caso isolato?
“L’unico che ho incontrato, sì. In questo mondo ci sono anche belle persone che si battono per cambiare le cose, come l’agenzia Piccolissimo Me”.
Qualcosa su cui ironizzare?
“Un bambino stupendo che correva come un pazzo nel backstage, facendo una confusione che mai. Tutto il contrario di quel canone di perfezione che si vuole trasmettere”.

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