Disagio emozionale: a Forlì un aiuto psicologico e sociale per le mamme

Portare avanti una gravidanza, partorire e poi accudire il proprio bambino non sono solo esperienze fisiche. Possono infatti emergere aspetti come la depressione post parto, piuttosto che il disagio socio-economico, la mancanza di un lavoro, i problemi di coppia. Sono solo alcuni dei fattori di rischio di cui l’ospedale di Forlì ha scelto di occuparsi dal 2008, attivando un percorso sul disagio emozionale in epoca perinatale. Ne è responsabile la dottoressa Antonella Liverani, soddisfatta di come le paure e i pregiudizi che esistevano fino a poco tempo fa in materia, oggi siano stati in qualche modo dissipati.
Dottoressa, da dove nasce l’idea di intervenire sul disagio emozionale e sociale?
“Attraverso un lavoro congiunto con il Comune e l’Università di Bologna, abbiamo avviato un lavoro di ricerca che ci è servito ad evidenziare la significatività del bisogno, a sensibilizzare gli operatori e poi ad impostare il percorso”.
Come si attiva il vostro intervento?
“Le ostetriche fin dall’inizio della gravidanza rilevano i fattori di rischio tramite griglie di osservazione che non sottopongono la donna ad una pressione ma danno luce ai suoi bisogni, gli stessi che una volta restavano sommersi. Da lì, se necessario, parte un lavoro di concertazione con la coppia, un accompagnamento che a volte prevede anche l’integrazione di più servizi socio-sanitari che attraverso una progettualità mirata ai bisogni specifici, garantisce una continuità assistenziale ospedale-territorio. Pensiamo alle visite domiciliari delle ostetriche, a cui seguono quelle delle educatrici del Centro per le famiglie, con funzione di sostegno, accompagnamento e monitoraggio”.
Possiamo fare un esempio?
“A seconda della complessità, il progetto di accompagnamento della coppia madre-bambino e di sostegno alla genitorialità potrà prevedere il coinvolgimento dei servizi specialistici come il Centro di salute mentale, il Ser.T o anche il terzo settore, che comprende le case famiglia, le comunità protette madre-bambino e il Centro di aiuto alla vita”.
Quali fasce di popolazione sono più esposte?
“Sicuramente l’alto numero di immigrati ci mette di fronte a situazioni socio-economiche a rischio. Quando dimettiamo il neonato, dobbiamo preoccuparci e farci carico del fatto che le condizioni socio-ambientali siano idonee ad accogliere il bambino. Lavorare precocemente a sua tutela è fondamentale. In questo senso l’integrazione con il sociale diventa necessaria”.
Quanti casi del genere seguite in un anno?
“Nel 2012 la nostra equipe multidisciplinare ha seguito 44 situazioni ad alto rischio. Ma non dimentichiamo il disagio psichico sul quale le ostetriche intervengono in fasi diverse della gravidanza o del puerperio. Ci sono donne con gravidanze bellissime ma che dopo il parto hanno una caduta e altre con forme di depressione gravi durante la gravidanza che vanno invece a stabilizzarsi nel post parto. Il nostro lavoro si può inserire in qualsiasi momento, fino all’anno di vita del bambino”.
La depressione post parto è in crescita?
“No, è un dato stabile. E’ in crescita il fatto di riconoscerla. Oggi sono le donne stesse a raccontarla, a chiedere un sostegno. E spesso sono gli stessi mariti ad accompagnarle per farsi aiutare”.

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