Fiaba: un centro educativo e riabilitativo attorno al bambino per un’autentica inclusione

L’educatrice Chiara Stringa racconta il suo progetto: “Creare gruppi eterogenei, dove all’interno vi siano pure bimbi con disabilità. È questo il modo in cui, secondo noi, si può parlare veramente di inclusione”

Implementare il benessere del bambino e della famiglia, rivolgendosi anche ai contesti in cui il piccolo vive, come quello scolastico ed extrascolastico (sport, parrocchia) con interventi di sensibilizzazione, prevenzione e inclusione è uno degli obiettivi di FiAba, un centro educativo e riabilitativo che ha appena aperto a Ravenna: « Il nostro progetto si sviluppa in maniera trasversale – spiega Chiara Stringa, educatrice professionale che ha appena inaugurato il Centro insieme a Glenda Cerioni, dottoressa in psicologia – prendendo in considerazione anche i bambini con sviluppo tipico, in caso abbiano bisogno di lavorare su abilità sociali e sull’autoregolamentazione emotiva». Sempre più spesso, infatti, diventa difficile gestire e riconoscere le proprie emozioni: «Ci interessa tantissimo espandere le risorse di tutti i bambini e di metterli nelle condizioni di entrare in relazione con i propri pari. L’idea è quella di creare gruppi eterogenei, dove all’interno vi siano pure bimbi con disabilità. È questo il modo in cui, secondo noi, si può parlare veramente di inclusione».
Disturbi dello spettro autistico e altri disturbi delle sviluppo come DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), ADHD (Deficit di attenzione e iperattività) e BES (bisogni educativi non altrimenti specificati) saranno le problematiche maggiormente trattate: «I trattamenti saranno sia in modalità diretta (educativi e riabilitativi) – continua l’educatrice – che indiretti (di inclusione) attraverso consulenze con scuole, palestre, ecc. mediante un confronto e una collaborazione costante e reciproca. Ciò che si auspica è che il bambino ritrovi in ambienti diversi le stesse modalità di relazione. Per ottenere ciò, evitando forme di comunicazione contradditorie e confusive, gli adulti devono lavorare in maniera coerente e coordinata. In questo momento, per esempio, stiamo seguendo bambini che frequentano corsi sportivi e abbiamo un confronto continuo con gli allenatori. Questo permette a entrambi di assimilare informazioni importanti sui bambini e di creare per loro contesti accoglienti che possano agevolare il loro sviluppo e la loro crescita. In pratica si tratta di creare una vera e propria rete intorno al bambino».
La sinergia riguarda anche gli altri servizi: «Dopo quasi tre anni di esperienza all’Ausl nel Centro per l’autismo della neuropsichiatria infantile di Ravenna, sono molto consapevole dell’importanza del lavoro in rete. Noi di FiAba ci poniamo come un surplus, un servizio integrativo, che vuole implementare i servizi già esistenti (sia pubblici che privati), per offrire maggiori possibilità ai bambini con bisogni speciali e alle loro famiglie».
I genitori come i bambini sono al centro di questo percorso volto al benessere e allo sviluppo di maggiori competenze: «Avendo perseguito un master di secondo livello in ABA (analisi applicata del comportamento) ci rifacciamo proprio a questo metodo che consiste nell’applicazione sistematica di principi comportamentali individuati dalla scienza che studia il comportamento. Lo scopo è quello di estinguere comportamenti disfunzionali e di far apprendere al soggetto nuove abilità e comportamenti adattivi. Ci basiamo sull’osservazione e sulla registrazione di alcuni comportamenti problematici e si va a indagare quali siano le cause e le conseguenze di questi. Si tratta di una tecnica che si basa sul principio del rinforzo e prevede che la forma e frequenza di un comportamento sono influenzati da ciò che accade prima e dopo».
Prendiamo un bambino che piange: «Il comportamento è rappresentato dal pianto del bambino. Questo si evidenzia mediante osservazione, non c’è quindi alcuna forma di interpretazione. Dalla registrazione si evidenzia che cosa è accaduto prima: per esempio, la mamma ha risposto “no” quando il bambino ha chiesto i biscotti. Ed ecco individuata la causa. Il bambino, con l’esperienza, ha imparato che se incrementa il pianto ( comportamento) otterrà i biscotti. E la mamma, che magari ogni volta prova a resistere e a non cedere, a un certo punto non ce la fa più e consegna i biscotti ai bambini. Generalmente, prima che un comportamento si estingua, potrebbe raggiungere l’apice e noi insegniamo ai genitori attraverso dei “parent training “a estinguere questi comportamenti e ai bambini alternative adeguate ad alcuni comportamenti disadattivi. Entrambi sono parti attive di questo processo che può coinvolgere anche gli insegnati attraverso appositi “teacher training”».
I training cognitivi, specifici per ogni bambino sono tenuti da Glenda Cerioni che si avvale del metodo Feuerstein: «Lo scopo principale del training cognitivo è di rendere consapevoli i bambini stessi dei processi mentali che mettono in atto. Ciò è utile per la risoluzione dei problemi e per migliorare il ragionamento e l’attenzione. Si punta a promuovere il controllo dell’impulsività, a stimolare la pianificazione del comportamento favorendo così l’autostima e l’autoefficacia. Il successo di questi trattamenti si ottiene quando è possibile trasferire gli apprendimenti effettuati dal bambino, in maniera graduale, ad altri contesti, così da ampliare il proprio benessere e il senso di sé».

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