
Fino al 2010 Natascia Simeone era una classica infermiera di reparto. Un reparto sicuramente speciale, la Terapia intensiva neonatale dell’ospedale Infermi di Rimini, ma nel quale accompagnare i genitori non era così centrale. Tutto è cambiato dal 2010, quando formandosi al metodo Nid Cap, Simeone è stata di fatto una dei primi professionisti a fare entrare in Tin a Rimini il nuovo approccio, che prevede l’assistenza individuale al neonato prematuro o malato e alla sua famiglia in base alla fasi di sviluppo e crescita del bambino. Un progetto avanzato di cure infermieristiche di cui parlerà giovedì 18 ottobre al convegno “Il Risveglio del gigante”
in programma dalle 9 alle 16 alla sala del Giudizio dei Musei comunali di Rimini (via Tonini 1).
Simeone, cosa è cambiato a livello tecnico e professionale da quando i primi membri dello staff della Tin si sono certificati?
“Rimini aveva una Tin già avanzata, che tendeva a fare entrare le famiglie, anche se non eravamo ancora aperti h24 come avviene oggi. Fatto sta che con il Nid Cap, abbiamo iniziato a stare vicini alle famiglie in maniera inedita, seguendole anche dopo le dimissioni, sia nel sostegno all’allattamento che con una psicologa che va a casa. Progetti sostenuti dall’associazione ‘La Prima Coccola’ che ci consentono – lo dicono le ricerche – sia di ridurre lo stress che di migliorare alcuni outcome dei bambini: disturbi a livello psicomotorio, disturbi dell’apprendimento, disturbi dell’alimentazione. Cose che insorgono nel lungo periodo ma che con un’assistenza di qualità nelle prime fasi della vita riusciamo a prevenire”.

Sono messaggi ancora difficili da far passare?
“Noi siamo sempre stati sostenuti dall’azienda, tanto che presto diventeremo un centro trainer che potrà formare altri professionisti al Nid Cap, come succede a Modena. Ma se analizziamo la situazione nazionale, non possiamo non notare che la tendenza è quella di fare come si è sempre fatto, non aprendo al nuovo e soprattutto alle famiglie. C’è un lavoro di sensibilizzazione da implementare, poco semplice a dire il vero: le resistenze culturali non mancano”.
Su di lei, personalmente, il Nid Cap come ha inciso?
“A me, non esagero, ha cambiato la vita. Ricordo ancora il mondo che mi si è aperto davanti frequentando il corso. Capire quanto sia fondamentale la presenza dei genitori in reparto è stato senz’altro il passo avanti più forte che ho fatto. Da lì, ho iniziato a stare dalla loro parte, a mettermi in discussione, a chiedermi sempre cosa posso fare per migliorare le cose, a empatizzare. Non è raro che io mi commuova insieme alle famiglie. Quella che vivo ogni giorno in Tin è senza dubbio un’esperienza umana fortissima dove do tanto ma ricevo in cambio altrettanto”.
Non solo aspetti tecnici, dunque…
“No, anche tanta restituzione di emotività. La paura e il senso di colpa che il più delle volte le famiglie vivono li sento anche io. Ogni giorno la sfida è capire gli altri e adeguarsi”.
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