Silvia: “Mi scambiano per una straniera. Sono ‘solo’ sorda”

“Sapessi quante volte, in passato, mi hanno chiesto di non urlare. E quante volte mi scambiano per una straniera”. Silvia Cesati, 25 anni, milanese trasferitasi a Bologna, è nata con una sordità profonda bilaterale congenita. La stessa da cui è affetto anche il fratello di otto anni più grande. Ieri ha dato i suoi suggerimenti in ambito universitario e lavorativo durante l’incontro “Università, disabilità e lavoro: l’integrazione lavorativa dei laureati con disabilità” organizzato a Ravenna dal Comune, dall’Alma Mater e dalla Fondazione Flaminia: “Sono laureata in Scienze dell’Educazione a Milano e ho preso la magistrale in Progettazione educativa a Bologna, dove mi era stato proposto l’affiancamento da parte di un interprete di lingua dei segni. Cosa davanti alla quale ho messo un muro: non solo non conosco la Lis ma non ne ho bisogno. Ho sempre parlato, fin da quando a nove mesi ho iniziato a dire ‘mamma’. Per alcune persone è incredibile che una persona con sordità parli. Ma non è così“.

Silvia ha tenuto le protesi acustiche fino ai 21 anni, quando ha deciso di avere l’impianto cocleare per l’orecchio destro, intervento dopo il quale anche il fratello l’ha seguita: “Con gli apparecchi ero convinta di sentire. Solo quando ho avuto l’impianto ho capito che non era così. Solo quando ho iniziato a percepire il suono dell’acqua e degli uccelli ho realizzato che fino ad allora avevo captato ben poco di quello che invece ora posso sentire. La vita è migliorata nella maniera più assoluta. Solo quando sono in luoghi affollati fatico a distinguere la voce di chi mi parla dal rumore di sottofondo e ricorro dunque alla lettura del labiale, cosa che nel 70% dei casi continuo a fare per abitudine, anche se non sarebbe fondamentale”.

Silvia lavora come educatrice all’Antoniano di Bologna, dove si occupa di giovani in transizione verso l’autonomia abitativa e di richiedenti asilo: “Non sono entrata con il collocamento mirato ma grazie a un tirocinio durante il quale sono stata apprezzata. L’ambiente è accogliente, i colleghi pure. Non mi sono mai sentita diversa o discriminata. Ho alcune difficoltà, certo: al telefono non sento bene e quindi mi limito alle chiamate più semplici, magari con le persone che conosco meglio. E il francese, lingua di riferimento per la maggior parte dei richiedenti asilo che seguo, mi è abbastanza ostico: sto seguendo un corso, sperando di compensare. Per il resto, faccio una vita normalissima”.

E i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza sono più che positivi: “Non ho mai trovato muri, se non qualche presa in giro alle medie. All’Università un compagno mi ha detto che secondo lui ero stata violentata, visto che i miei genitori a tre mesi mi hanno messo le protesi. Ecco, se quella è stata una violenza, sono felice di averla subita. I miei genitori hanno scelto il meglio per me e non mi hanno mai costretta all’impianto. Negli anni Novanta la tecnologia era più indietro, gli impianti erano più fastidiosi e d’impatto, tanto che io stessa da ragazzina non avevo minimamente preso in considerazione l’idea di farmi operare”.

Con la Fiadda Emilia-Romagna – alla quale è affiliata anche l’associazione ravennate “L’Orecchio Magico” – Silvia è impegnata a portare avanti un progetto di sottotitolazione in diretta degli eventi universitari, culturali, professionali e istituzionali: “Sarebbe un grandissimo passo in avanti per garantire alle persone sorde, ma anche agli stranieri, agli anziani o a chi ha difficoltà a seguire certe conversazioni, l’accesso alla comunicazione”. Se invece pensasse ai bimbi sordi che oggi frequentano le elementari o le medie, Silvia saprebbe bene quali consigli dare agli insegnanti: “Innanzitutto, ci vorrebbe una formazione specifica per chi fa il sostegno. Senza contare che servirebbero alcuni semplici ma importantissimi accorgimenti: penso alla disposizione della classe a ferro di cavallo o a spina di pesce, al fatto che un maestro o un professore parli sempre rivolto alla classe e non di spalle“.

Ma prima di ogni cosa, per alzare la qualità della vita delle persone sorde, Silvia pensa al sentimento di vergogna che spesso le famiglie provano: “I miei genitori non si sono mai isolati perché io e mio fratello siamo sordi. Di conseguenza, non ci hanno trasmesso l’idea di essere sbagliati”.

 

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