Andrea e le infradito blu: “Dopo la perdita di mio figlio, un fiume di amore”

Le infradito blu sono quelle che Andrea indossava quando arrivava all’allenamento di calcio all’ultimo minuto, tra autoironia e consapevolezza del proprio valore. E sono le stesse del titolo del libro che il papà Felice Achilli, cardiologo dell’ospedale San Gerardo a Monza, ha scritto per le edizioni Itaca dopo la sua morte, a soli undici anni, a causa di un camion che lo ha investito mentre era sulla pista ciclabile in sella alla sua bici. Felice Achilli sarà questa sera alle 20,45 al teatro parrocchiale di Longastrino a presentare il diario e a raccontare come la morte di Andrea sia stata – per quanto insopportabile e inaspettata – l’inizio di qualcos’altro. A partire proprio dal 23 giugno 2009, quando tutto sembrava finito.
Felice, quello della vostra famiglia è stato ed è solo un percorso di fede? O c’è dell’alto?
“La fede conta eccome. Ma quando succedono queste cose, c’è una sorta di costrizione a verificare se quello in cui credi è vero. In questo senso, la morte di Andrea ci ha obbligati a fare un salto. E le risposte che cercavamo sul perché Andrea se ne sia andato così presto, in parte le abbiamo trovate: abbiamo visto accadere cose che non avremmo nemmeno pensato di poter desiderare”.
felice_achilli10Per esempio?
“Sono sposato con Daniela, da cui ho avuto quattro figli, da 31 anni. Ma la sera, ancora, non vedo l’ora di rientrare a casa. Lei è stata la persona più decisiva della famiglia, la prima a dire sì all’ipotesi che la morte di Andrea non fosse la fine di tutto ma il compimento del suo destino. Ha affascinato così tanto sia me che i ragazzi – Federica, Pietro e Chiara – che non abbiamo saputo resistere alla tentazione di seguirla”.
Un’esperienza collettiva, dunque?
“Sì. Abbiamo sperimentato insieme il fatto di essere oggetto di una tenerezza indescrivibile da parte delle persone, quindi di Cristo. Sono passati sette anni e ancora ci sentiamo accolti, capiti, amati sia dalle persone che abbiamo conosciuto incidentalmente in concomitanza con la perdita di nostro figlio, che da quelle che abbiamo rivisto dopo l’incidente. Nulla di trascendentale, si tratta di testimonianze di affetto e vicinanza molto concrete”.
Molti le chiederanno come si fa a sopravvivere ai propri figli. Lei che ha fatto un percorso così singolare, che cosa risponde?
“Bisogna far prevalere sul dolore e sulle ferite la grande domanda su cosa sia davvero accaduto. Per quanto ci riguarda, è ragionevole credere che Andrea non sia semplicemente morto ma sia qui, ben presente”.
Anche al perché se ne sia andato così presto, siete riusciti a rispondere?
“Andrea era pronto, evidentemente. Dopo la sua morte abbiamo scoperto cose di lui sorprendenti. Per esempio, che aveva una capacità di relazione con le persone profonda e inconsueta per la sua età. Che aveva, allo stesso tempo, un modo di vivere i legami molto discreto e mai esposto. Cose di cui non ci eravamo accorti: viviamo a Rogoredo, un piccolo paesino in provincia di Lecco, dove nostro figlio era spesso in libertà dopo la scuola, visto che rientravamo la sera. Andrea era molto più grande di quanto fosse: capiva certe situazioni al volo, arrivava subito al dunque delle cose”.
Com’è cambiata la sua vita, da sette anni a questa parte?
“Di tutto quello che ho per le mani, capisco molto più profondamente il valore. Ma sono diventato anche più comprensivo rispetto al tentativo delle persone che conosco di realizzarsi nella vita”.
Le scrivono molti genitori che stanno passando quello che ha passato lei?
“Sì ma scrivono anche persone che incontrano la storia di Andrea sul web o attraverso il libro, persone che vanno a trovarlo al cimitero, che organizzano iniziative in suo nome. Dimostrazioni che forse, se uno non cercasse, non vedrebbe. Ma che in realtà sono un fiume carsico che continua a scorrere. Il secondo figlio di Maddalena, la primogenita, che è incinta, si chiamerà Giovanni”.

 

 

 

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