
Come si mangia, come si vive, come si galleggia. Ma soprattutto, come si va in bagno. Sono queste le domande più frequenti che i bambini rivolgono a Umberto Guidoni, l’astronauta e astrofisico italiano che domani alle 17 sarà ospite del centro commerciale Esp di Ravenna nell’ambito dell’iniziativa “Star Hunter. Cacciatori di stelle”. Dove racconterà, tra le altre cose, come nel 2001 sia stato il primo europeo a salire a bordo della stazione spaziale internazionale SSI.
Guidoni, che lavora voleva fare da piccolo?
“L’astronauta, assolutamente. Ma nel ’90, a 36 anni di età, alle selezioni dell’Agenzia spaziale italiana e della Nasa per partecipare alla prima missione del Satellite Tethered, non ci credevo più. Nella mia testa mi ero fatto l’idea che mi avrebbero scartato, magari alle visite mediche. E così non avevo messo in allarme né mia moglie, né i miei genitori. Invece andò bene. E mi trasferii a Houston, negli Stati Uniti, per un periodo che sarebbe dovuto durare un anno. E che invece si protrasse per dieci anni”.
Come fu, per sua moglie, cambiare così radicalmente vita?
“Per nulla facile. Ancora non era nato nostro figlio Luca, che adesso ha 24 anni. Ma lei dovette imparare bene la lingua, integrarsi, rinunciare per parecchi anni a lavorare. Un cambiamento radicale di vita”.
E per suo figlio, che lei faccia l’astronauta, è sempre stato normale?
“Lo è stato fino a che siamo rimasti in America. I suoi compagni di scuola erano figli di astronauti, una sua insegnante era moglie di un astronauta. Quando siamo tornati in Italia e ha iniziato a notare gli sguardi increduli delle persone a cui raccontava il mestiere di papà, ha cominciato a dire genericamente che sono un ingegnere. In ogni caso, fin da molto piccolo si era abituato a giocare con gli shuttle e quando, nel 1996, venne ad assistere al lancio della navetta Columbia, sulla quale rimasi due settimane, mi hanno raccontato che non voleva scendere dalla terrazza del centro di controllo: il suo shuttle giocattolo tornava subito indietro e, quindi, pretendeva di aspettarmi lì sopra”.
Oggi i ragazzi che incontra sognano ancora di diventare astronauti, come molti bambini alcuni decenni fa?
“Molto meno rispetto a un tempo. Quando ero piccolo io lo spazio era il sogno per eccellenza, rappresentava il futuro. Ora molto meno. E non dimentico mai di dire che il percorso per diventarlo è lungo e difficile, cosa di cui mi sono reso conto solo strada facendo. L’astronauta, non a caso, è un mestiere di nicchia: in Europa, a farlo, saremo una decina. Ma è bello vedere quei pochi bambini che alzano la mano quando chiedi chi, da grande, vorrebbe lavorare nello spazio. Poco tempo fa, vedendo un’immagine di una mia vecchia missione, un bambino mi ha chiesto se, per caso, nello spazio si invecchia. Nella foto, infatti, avevo la barba lunga e nera”.
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