“Mamma, vado in Ungheria e torno con la Trabant”. L’impresa di un giovane cesenate

Francesco Mondardini e la sua TrabantIl suo cuore di tenebra lo ha trovato in mezzo ai Carpazi. Un viaggio di formazione fatto di suggestioni danubiane, nostalgie sportive e passione per le reliquie del socialismo reale. Quello di Francesco Mondardini, 24enne cesenate, non è stato un semplice Erasmus: l’esperienza di studio e di vita di sei mesi in Ungheria lo ha cambiato e maturato al punto da voler trasformare il viaggio di ritorno in una piccola impresa. Affrontata da solo proprio con lo spirito degli antichi esploratori e con un minimo di tecnologia moderna.

Giusto un minimo: 1270 chilometri percorsi in nove tappe. Poco meno di 150 al giorno: un fuoriclasse del ciclismo come Vincenzo Nibali sarebbe arrivato prima. Francesco invece non ha cavalcato una bici ma ha guidato una macchinetta fuori produzione da oltre 25 anni, seicento di cilindrata. Motore a due tempi bicilindrico senza miscelatore: la ‘mitica’ Trabant, la vettura simbolo della Repubblica democratica tedesca. Modello 601 TX limousine. Il termine fa un po’ sorridere viste le dimensioni e le prestazioni dell’auto ma serve per differenziarlo dalla station wagon.

L’anabasi di Francesco, che nel 2013 ha conseguito la laurea triennale in economia e finanza all’università di Bologna, prende le mosse all’alba di giovedì 12 febbraio da Budapest. Con molte incognite: l’auto, comprata nello scorso ottobre per mezzo milione di fiorini (1600 euro), ha difficoltà di accensione, tende a scarburarsi e il cambio ha una carente lubrificazione. Qualche volta la manovra va fatta a secco con il rischio di grippare tutto. E poi le salite: “Ho evitato le montagne della Slovenia – spiega Francesco – perché c’era il rischio di restare a piedi”. Morale: l’ha allungata di 300 chilometri buoni. “Mi sono fermato otto volte – precisa – prima di arrivare in Romagna, una delle quali in Serbia, a Subotica, quattro in Croazia a Osijek, Kutina, Zagabria, e Abbazia di Fiume e tre in Italia: Trieste e pernottamento doppio a Venezia, in visita ad amici”. Senza dimenticare le soste tecniche: “L’assenza del miscelatore mi ha costretto a stop di oltre mezz’ora per completare il rifornimento quando mi fermavo ai distributori”.Francesco Mondardini e la sua Trabant

Non gli è certo mancato il tifo: “Sono stato scortato dalla macchina di un’equipe di giornalisti del Nemzeti Sport, testata sportiva ungherese, con la quale ho collaborato a Budapest. Assieme ai ragazzi del Nemzeti, sono andato a intervistare la moglie dell’ex giocatore dell’Inter, ormai deceduto, Istvan Nyers, visitando la sua tomba nel cimitero di Subotica”. All’uscita del casello di Kutina, il casellante croato ha omaggiato la Trabant con un “leggendaria”, in perfetto italiano. Più tutti i gesti di supporto di automobilisti e camionisti in fase di sorpasso: “Di tutte le età e di tutti i popoli. Li ringrazio tantissimo, mi hanno aiutato”, osserva Mondardini. La testa non di rado si è rifugiata negli affetti più cari: “Durante il viaggio ho rivolto diverse volte il pensiero alla mia famiglia che ha rappresentato l’approdo finale di un percorso che mi ha risucchiato tante energie e consumato fisicamente e psicologicamente nella tensione e nella paura dell’ignoto”. Un grande supporto è arrivato anche dagli amici conosciuti a Budapest nel semestre di Erasmus: “Daniel, fondamentale per superare le lungaggini della burocrazia ungherese al momento della partenza. Enrico, che mi ha ospitato a Venezia quando ormai ero stravolto dal viaggio. Ion, costantemente aggiornato sulla mia impresa. Marta per la sua lucidità mentale che mi ha aiutato a orientare il viaggio in maniera sicura e razionale”.

I momenti più brutti in Croazia: “Ho subito una perquisizione corporea e di tutto il carico prima di ricevere l’autorizzazione a oltrepassare la frontiera croata. Le guardie pensavano di trovare sigarette o alcolici di contrabbando”. Sull’autostrada Belgrado-Zagabria, poi, Francesco si è dovuto fermare per un’ora in un’area di sosta “senza che la macchina riuscisse ad andare in moto, vivendo attimi di smarrimento e paura di non riuscire a trovare persone che fossero in grado di capirmi e aiutarmi”. L’ultima peripezia all’imbocco dell’autostrada Trieste-Venezia dove “alcune fortissime raffiche di vento laterale mi avevano quasi costretto a fermarmi, prima che arrivasse un camion, non a caso ungherese, che ha iniziato a scortarmi a pochi metri di distanza dal cofano della Trabant, in modo da aprire una ‘galleria del vento’ e facilitarmi la percorrenza dell’autostrada”. Più volte Francesco ha avuto la tentazione di mollare tutto, ma ha stretto i denti, ben consapevole, come diceva Junger che “ad un passo dall’annientamento c’è il trionfo”.

Infine le ultime centinaia di chilometri percorsi con l’orgoglio di chi ha portato a termine un’avventura irripetibile. Con la consapevolezza della propria originalità: in Italia esistono solo cinque esemplari di Trabant immatricolati e vedersela passare accanto ha scatenato punte di ammirazione e invidia perfino nei sussiegosi proprietari di Suv. La Trabi, come la chiamavano i tedeschi dell’Est, o la macchina di Pippo, così definita da Francesco per la somiglianza del muso con quello della macchina del personaggio Disney, non aveva tradito il giovane cesenate. Il tardo pomeriggio del 20 febbraio l’arrivo in città e l’abbraccio con la famiglia: “Mamma, papà, ce l’ho fatta!”.

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