E’ stata la sindrome della morta in culla, nota anche come Sids, a portarsi via il piccolo Tommaso, appena due mesi, trovato senza vita dai genitori e dai nonni lo scorso 19 marzo nella casa dei nonni a Villa Verucchio.
E’ lo stesso papà del neonato, Nicola Casadei, a lasciare la sua testimonianza con un commento sotto all’articolo con il quale vi davamo la notizia.
“Purtroppo il nostro Tommaso è deceduto proprio per la ‘morte in culla’ (SIDS); l’autopsia di sabato mattina ha confermato questo; le vie respiratorie sono state trovate libere e pulite. Il nostro piccolo, per quanto possa essere una magra consolazione, non ha sofferto. Il suo visino è rilassato, per mamma e papà dorme ancora. Amore piccolo, dormi sonni tranquilli, papà è mamma ti amano alla follia. Ciao. Uno speciale ringraziamento al medico di bordo e ai tre suoi colleghi, hanno fatto TUTTO il possibile e anche di più”.
Nicola Casadei ha raccontato al Resto del Carlino che il bimbo aveva mangiato come al solito, aveva fatto il ruttino ed era stato messo a dormire dalla mamma. Poco dopo si sono accorti che non respirava più. I genitori del piccolo vivono a Roma ma sono spesso dai nonni in Romagna. I soccorritori hanno fatto di tutto, per oltre un’ora, per far ripartire il cuore del bimbo, ma non c’è stato nulla da fare.
Silvia Noce, pediatra esperta in Medicina del sonno del Centro Sids dell’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, intervistata da Romagna Mamma in occasione di un fatto di cronaca simile avvenuto nel 2013, ci ha spiegato che la Sids “nei Paesi industrializzati resta la prima causa di morte nel primo anno di vita dei bambini, escluso il periodo perinatale”.
“E’ un evento che si verifica in modo improvviso e inaspettato nel sonno, prevalentemente in bambini sotto l’anno di vita che stavano bene, sono stati messi a dormire dai loro genitori in salute e vengono ritrovati senza vita. Resta senza una spiegazione. La diagnosi è possibile solo dopo un esame autoptico accurato, la valutazione della storia clinica del bambino e un’attenta analisi della scena del decesso. Si deve insomma accertare che non ci siano stati altri fattori a causarne la morte, come una malformazione genetica o qualcosa che durante il sonno abbia impedito al bimbo di respirare bene”.
Negli anni, grazie agli studi effettuati, si è potuti risalire ai fattori di rischio: “Negli anni ’90 – come spiegava la dottoressa – si è fatta la prima grande campagna di informazione per far dormire i neonati sulla schiena, unica posizione sicura. Negli Usa in questo modo l’incidenza si è ridotta del 60%. Ma combattiamo ancora con grandi resistenze: ci sono ancora operatori sanitari che fanno dormire i bambini sul lato per timore del rigurgito. I bambini non muoiono di rigurgito che nei casi di decesso nel sonno spesso è frutto delle manovre di rianimazione”.
Tra i principali fattori di rischio il fumo in gravidanza, nella mamma che allatta, nella stanza dove dorme il bambino. Altro fattore importante è la temperatura. “Non più di 21 gradi in casa. L’eccessiva temperatura rende il bambino meno reattivo e meno agile a difendersi”.
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