Se chiedete ai bambini che cos’è la libertà, probabilmente vi risponderanno che è poter fare ciò che si vuole. L’ex insegnante Elena Passerini, che con l’ex magistrato Gherardo Colombo ha scritto “Imparare la libertà. Il potere dei genitori come leva di democrazia” (Salani Editore), sa che non è così. Eppure, libertà è la parola che preferisce usare quando tratta di educazione. Il libro verrà presentato, alla presenza dell’autrice, mercoledì 12 marzo alle ore 17 alla Sala Buzzi di Ravenna (via Berlinguer, 11).
Rendere liberi i nostri figli può far rima con il fatto dare loro delle regole?
“Eccome. Sta proprio qui la chiave: non esiste libertà senza regole, che poi è il succo della democrazia. E poi la libertà chiama in causa la responsabilità: comprende il saper dire perché abbiamo fatto una certa scelta”. 
I nostri bambini, in questo senso, sono poco liberi?
“Spesso sono dipendenti, così come quando imparano a chiedere il latte al seno e normalmente lo ottengono. Quando crescono, dovremmo preoccuparci del fatto che per molto tempo l’educazione è stata basata sull’obbedienza. Maria Montessori ci ha dimostrato che ci sono altre strade ma il problema non è tanto come educare alla libertà. Il punto è porsi il problema, o meglio darsi l’obiettivo. Se ci interessa avere figli sovrani, come diceva Don Milani, siamo già in grado di farlo”.
Quindi bando alla classica educazione imposta dall’alto al basso?
“Sì, non abbiamo bisogno di essere montessoriani per renderci conto che è sbagliato porci in modo granitico nei confronti dei bambini. L’educazione è reciprocità, grandi e piccoli crescono insieme. In questo senso, le punizioni costituiscono ancora un grave problema: non è affatto superata, in molte situazioni, la sovrapposizione tra educare e punire. L’idea che i genitori abbiano un diritto a far soffrire i figli stenta a tramontare. Ma non dimentichiamo che i bambini, così, imparano che picchiare è legittimo”.
Anche nella scuola, non solo in famiglia, spesso la punizione è però ancora presente come concetto…
“Sì, dipende da come l’insegnante fa uso di questo termine. Una nota, per esempio, può essere vissuta come una punizione ma può essere anche un modo che il docente ha di comunicare con la famiglia. Per questo, nel libro, distinguiamo tra punizione e sanzione”.
Cioé?
“Se do una sculacciata al cane perché ha fatto i suoi bisogni sul tappeto, si tratta di punizione. Se un ragazzo va in moto senza casco e il vigile gli fa la multa, è una sanzione. Nel primo caso si crea una sofferenza, un dolore. Nel secondo si anticipano le conseguenze negative di un’azione”.
Si può sanzionare un bimbo piccolo?
“Se ha due anni, è chiaro che dovrò nascondere la candeggina perché non la prenda e se la beva. Più avanti, si possono applicare sanzioni più chiare. Che hanno a che fare strettamente con le regole. Se dico a mio figlio ‘vai a letto!’, è un ordine. Se gli spiego che alle dieci si va a letto e prima di metterlo a dormire istituzionalizzo il rito del pigiama, dei dentini e della favola, creo una regola”.
La differenza non è sottile?
“No, la distanza è data dalla dignità. Ricordiamo che la Costituzione italiana non dice che siamo tutti uguali, dice invece che siamo tutti diversi: per razza, religione, sesso. Ma abbiamo tutti pari dignità. In famiglia, sono solo i ruoli ad essere distinti. Per il resto, un bambino ha la stessa dignità di un grande”.
Lei ha due figli di dieci e dodici anni e spesso incontra i bambini e i ragazzi nelle classi. Pensa che venga anche da loro l’esigenza di essere educati alle regole, quindi alla libertà?
“Assolutamente sì. Quando chiedo loro se amano le regole, la prima risposta è negativa. Dicono che sono noiose. Ma quando riconoscono che le regole servono, per esempio, anche per giocare o che a volte le regole equivalgono a dei permessi, si ricredono. Li trovo molto chiari in questo: anche loro hanno sete di libertà”.
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