La bambola per lei, il camion dei pompieri per lui: adesivi di protesta sui giocattoli sessisti

La gru è per il maschio, la bambola per la femmina. L’azzurro è per lui, il rosa per lei. Ma dove sta scritto? Chiedetelo al collettivo di ragazze tra i 24 e i 38 anni che lavora al progetto Comunicazione di Genere, un blog di cui fa parte anche Enrica, insegnante alle superiori a Cesena. Anche lei, come le altre, lo scorso Natale è andata in giro per supermercati e negozi ad attaccare adesivi di protesta sui giocattoli sterotipati e sessisti.

Una campagna nazionale che è stata chiamata “La discriminazione non è un gioco” e che è stata preceduta da un accurato studio sui cataloghi di prodotti (compresi libri e capi d’abbigliamento) per bambini: “La nostra non è stata una goliardata, tutt’altro. Abbiamo prima fatto una ricerca dal titolo ‘Infanzia made in Italy’ scoprendo che esistono tre tipologie di giocattoli”. La prima riguarda il “ghetto del rosa”: giochi che simulano la cura e l’accudimento e che sono pensati esclusivamente per le bambine. La seconda comprende i giochi dove vanno dimostrate forza e virilità: i destinatari sono i maschietti. Ma per Comunicazione di genere è bene aprire bene gli occhi di fronte a quei prodotti all’apparenza neutri: “Sono, in genere, i giocattoli tecnologici, di intelligenza, i mattoncini per le costruzioni: abbiamo notato che nella confezione c’è quasi sempre un maschio. Non solo: spesso ne esiste una versione femminile, ovviamente tinta di rosa, che spesso è semplificata, cioè richiede abilità inferiori”.

Si stava meglio quando si stava peggio? “Pare di sì, nel senso che più si va avanti, più la genderizzazione peggiora. Molti ci dicono che siamo esagerate, che le cose sono sempre andate così, che si cresce bene anche se i giocattoli sono stereotipati. Noi rispondiamo che no, le differenziazioni maschio-femmina incidono sulle aspettative delle bambine, che da piccole vengono abituate a pensare che sono inferiori, che certi mestieri non sono adatti a loro. E magari, in futuro, non sceglieranno certi corsi di laurea o certe strade professionali perché è stato fatto loro un lavaggio del cervello che le ha indotte ad auto-segregarsi”.

La campagna “La discriminazione non è un gioco” è ancora aperta: “Chi vuole, può scaricare gli adesivi dal nostro sito e attaccarli sui prodotti esposti negli scaffali dei negozi”. Ne sono state studiate tre tipologie, prendendo spunto dall’azione militante di un collettivo cileno. Uno riporta la scritta “Quale canone estetico regali a tua figlia?” e si batte contro giochi che inculcano nelle bambine un modello estetico al quale aderire. Il secondo dice “La discriminazione sul lavoro la insegnano da piccoli” ed è pensato per gru, camion dei pompieri, macchine della polizia da un lato, cucine e assi da stiro dall’altra: divertimenti considerati, nella mentalità comune, da maschietto oppure da femminuccia. Sul terzo sta scritta la frase “Non alimentare ruoli sessisti” ed è pensato per quei giocattoli che, essendo associati ad una dimensione di cura, vengono in genere pubblicizzati per le bambine-mamme.

L’idea di fondo di Comunicazione di Genere, che poco tempo dopo la sua nascita – nel 2009 – si è reso conto che non bastava ragionare sull’immagine della donna ma bisognava subito allargare la riflessione all’infanzia, è sensibilizzare le persone: “Vi siete mai resi conto che i giochi da esterno, da giardino, vedono quasi sempre rappresentati i maschi? E che le bambine vengono invitate a truccarsi già a tre anni?”.

In questo articolo ci sono 0 commenti

Commenta

g