Essere il figlio di una delle più importanti icone del cinema italiano (e non solo) non è cosa da poco. E Manuel De Sica ha sentito nel tempo l’esigenza di mettere giù le memorie del padre Vittorio, costruendo un diario terapeutico che è diventato un omaggio ad uno di quelli che hanno fatto grande la cultura italiana. Questa sera alle 21,30 a MobyCult, nella Vecchia Pescheria di piazza Cavour a Rimini, Manuel, compositore in veste di scrittore, presenterà “Di figlio in padre” (Bompiani) in dialogo con Francesca Fabbri Fellini.
Manuel, qual è il ricordo più vivido di suo padre?
“Quello di una persona intelligente, non conformista. Era molto gentile verso le donne: un cavaliere, un uomo all’antica”. 
E come padre, nell’educazione sua e di Christian?
“Era più grande dell’età che avrebbe dovuto avere un genitore. Era un padre-nonno. Non potendosi rotolare con noi sui prati, impartiva nozioni dalla sua poltrona, sempre in maniera molto garbata”.
Ha sentito in qualche modo il peso e la responsabilità di doverne onorare il nome e l’importanza?
“Finché era in vita no, era il primo a sperare che io e mio fratello non seguissimo strade artistiche. Preferiva facessimo altro. Con me, nel 1968, quando iniziammo a lavorare insieme, si ricredette. Di Christian, purtroppo, non è riuscito a godersi i risultati”.
Da molto tempo è impegnato nel restauro delle sue opere cinematografiche: come procede quel lavoro?
“Ho restaurato dodici titoli in vent’anni. Ma nel 2008 mi sono reso conto che il restauro analogico non avrebbe retto al tempo. Ho ricominciato con il digitale, grazie anche alla Cineteca di Bologna: un lavoro enorme ma fondamentale per onorare il ricordo di mio padre”.
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