Domani bisognerà presentarsi al lavoro, come sempre? Si sono fatti questa domanda i dipendenti dell’aeroporto “Ridolfi” di Forlì che il 15 maggio hanno salutato colleghi e postazione, dopo la chiusura dello scalo. Una decisione che era nell’aria ma che mai era sembrata davvero realtà, fino all’annuncio definitivo, a poche ore dalla fine di quello che è stato l’ultimo giorno di lavoro. Tra i quaranta dipendenti che ad un tratto si sono ritrovati a casa ci sono anche una trentina di donne e solo se non si considera l’indotto: bar, pulizie, facchinaggio.

Tra di loro c’è anche Claudia Guerrini, 42 anni, di Ravenna. Dopo la laurea in Russo e Inglese, dopo aver lavorato per anni nel settore turistico, era stata assunta a Forlì nel dicembre del 2001: “Ero davvero convinta che questa fosse la mia occupazione definitiva. Sono stata addetta allo scalo, poi responsabile marketing. Mi occupavo di qualità, avevo anche fatto da addetta stampa. Andavo al lavoro con il sorriso, non mi pesavano le ore, nel fine settimana quasi mi mancava non dover andare a Forlì”.
A perdere il lavoro, oltre a Claudia, in maggio è stato anche il marito, che per fortuna ha trovato presto un posto a Parma, accettando però all’età di 57 anni di ricominciare la vita da pendolare: “Ci vediamo solo il fine settimana e il mercoledì sera, quando torna per cenare con i bambini”. Anche Claudia, come molte delle sue ex colleghe, è mamma: “Ho due bimbi di otto e sei anni. Oggi che sono senza lavoro sono loro, insieme al mutuo da pagare, la mia prima preoccupazione. Da maggio non solo siamo senza stipendio, ma anche senza cassa integrazione. La richiesta è stata presentata in ritardo e non abbiamo ancora percepito nulla. Sto mandando curricula ovunque, si è detto in giro che i dipendenti del Ridolfi sono stati tutti ricollocati ma non è vero. Stiamo provando a riciclarci e a rimetterci in gioco, ma la maggior parte di noi, quasi tutti con famiglie e figli a carico, è disoccupato”.
Ma non è questo il termine corretto, secondo le istituzioni: “Ci definiscono disoccupati precari. L’unico colloquio importante che sono riuscita ad avere fino ad ora l’ho ottenuto con le mie risorse, non sono ancora incasellata come disoccupata a tutti gli effetti, anche se in realtà lo sono”. Non è facile, a 42 anni, ricominciare: “La cosa più grave è che mi hanno tolto la motivazione, la fiducia nelle mie possibilità. Lo stimolo per reinventarsi viene a mancare, non ho più vent’anni”.
Guardandosi indietro, Claudia non si capacita di come gli eventi siano potuti precipitare così in fretta: “La liquidazione della società di gestione dell’aeroporto era prevista ma era stato aperto un bando internazionale, poi prorogato due volte, per la riassegnazione. Il bando è andato deserto e non c’è stata comunicazione rispetto alle decisioni prese e al nostro destino. Chiedevamo incontri e riunioni ma invano”.
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