Il Piccolo Principe in dialetto “cun e’ lat d’mâma”

La volpe, l’essenziale che è invisibile agli occhi, il deserto. Ma il Piccolo Principe si chiama “E’ prinzipì”. Questo il titolo della traduzione in dialetto romagnolo dell’opera più famosa di Saint-Exupéry, realizzata per Massimiliano Piretti Editore, con grande passione e precisione, da due ravennati, Renzo Bertaccini, storico libraio dell’omonima Bottega di Faenza e Gilberto Casadio dell’associazione Friedrich Schürr. Domani i due autori saranno alle librerie.coop del centro commerciale Esp di Ravenna (via Bussato, 120) alle 18 per la presentazione. E abbiamo chiesto a Renzo Bertaccini qualche anticipazione.
Come si fa a tradurre un testo in una lingua non codificata come il dialetto romagnolo?
“Innanzitutto siamo partiti dall’originale in francese, per non portarci dietro gli errori della traduzione italiano. La difficoltà è stata nel rendere in dialetto, che è una lingua concreta, concetti astratti e filosofici. Abbiamo usato giri di parole e registrato la nostra voce per vedere se la traduzione filava ed era musicale”.
Per voi il dialetto è la lingua madre?
“Sì, siamo dialettofoni. Il dialetto l’abbiamo imparato, come si dice, cun e’ lat d’mâma, con il latte della mamma. E’ la nostra lingua primordiale. L’italiano l’abbiamo appreso dopo, in un secondo momento.
Il dialetto romagnolo ha diverse varianti: verrete capiti da tutti?
“Siamo consapevoli che non esiste un solo romagnolo, perché ad ogni campanile cambia. Non pretendiamo di aver fatto la traduzione con la T maiuscola, ma di sicuro verremmo capiti da Imola al mare”.
La vostra traduzione potrà essere utilizzata con i bambini?
“Mi piacerebbe molto. Io darei il libro nelle mani dei nonni, gli ultimi depositari del dialetto. Potrebbero usarlo per ritrovarsi a casa come una volta, attorno ad un camino. I genitori potrebbero leggerlo in italiano, i nonni in dialetto. Diventerebbe un gioco”.

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