“Sarà una notte buia e tempestosa”: il pediatra ci aveva avvertiti

Avevo fatto il pieno di pazienza già prima che il virus bussasse alla nostra porta.
Vedendo i giubbotti dei suoi compagni calare giorno dopo giorno dall’appendiabiti fuori dalla sezione, mi ero preparata: prima o poi toccherà a noi.
Lunedì pomeriggio, quando sono andata a prenderla da scuola, c’erano solo quattro bambini su ventuno. Una strage. Ho inspirato un’altra dose di pazienza, dando un’occhiata all’agenda per verificare che non fosse troppo piena di lì alla settimana successiva.
Nemmeno il tempo di pensarci: a mezzanotte una vocina giunge alle mie orecchie. E’ lei che si lamenta del collo caldo. La notte è ancora lunga ma siamo già a quota 39.
Giorno uno: passa via indenne. La clausura mal si coniuga all’indole mia e sua ma sopravviviamo con colla e forbici prima, con farina e uova poi.
Giorno due idem, improvvisiamo un laboratorio di cucito ma verso sera la noia comincia davvero a farsi sentire.
Giorno tre: la sua tenuta all’impossibilità di uscire scema di ora in ora. Però pare essersi in parte ripresa, anche se la tosse avanza inesorabile. A cena comincia a lamentare un dolore all’orecchio che si fa via via più fitto. Si vola al pronto soccorso: quella bambina che mi pareva stare meglio ha l’otite ed è piena di catarro. Scatta l’antibiotico. “Sarà una notte buia e tempestosa”, pare avvertirci il pediatra.

Detto, fatto.
La notte è scandita da questa scaletta:
– Dieci minuti di tosse
– Dieci minuti di urla e lamenti per il mal d’orecchi
– Cinque minuti di sonno
E via di nuovo. Alle 4 e mezza pare tutto calmo. Ma invece no. La tosse diventa a ciclo continuo, il sedativo non conta un fico secco. Il certificato di rientro a scuola per lunedì che la pediatra, solerte, aveva preparato, si trasforma in carta straccia. E mentre vagate per strada stile zombie, qualcuno per strada vi augura buon fine settimana. Oltre il danno, la beffa. Ma keep calm, almeno per qualche altro giorno ancora.

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