Prevenzione del tumore all’utero: solo una donna su due risponde all’invito al pap test

Se avete dai 26 ai 64 anni vi sarà capitato di trovare nella buchetta delle lettere l’invito del consultorio familiare ad effettuare il pap test. Siete andate all’appuntamento? Una su due di voi (poco più, in realtà), risponderà di no. L’ultima rilevazione sul programma regionale di screening per la prevenzione del tumore al collo dell’utero registra infatti percentuali di adesione che oscillano tra il 50 e il 60%, almeno per quel che riguarda la Romagna. A Forlì è il 56,8% delle donne a presentarsi in ambulatorio. A Cesena lo fanno 58,8 donne su 100. A Rimini le pazienti che rispondono alla chiamata sono meno: 54,1%. Va meglio a Ravenna, che esibisce il dato migliore: il programma raggiunge infatti il 63,1% delle donne che ogni tre anni vengono invitate al controllo.
A Forlì, allora, hanno pensato di rimboccarsi le maniche. Licia Massa, che coordina il dipartimento materno infantile e si occupa anche di prevenzione del tumore in questione, non è soddisfatta del dato. Per questo con i colleghi ha pensato ad una flessibilità maggiore degli orari di apertura degli ambulatori dedicati: “Da un anno a questa parte il consultorio offre un servizio aperto mattina e pomeriggio. Abbiamo anche aggiunto il sabato mattina, pensando che una fascia oraria più ampia possa favorire gli accessi”. In attesa di vedere se la nuova politica porterà a miglioramenti, la riflessione continua: “Forse la campagna informativa iniziale si è un po’ dispersa e stiamo ragionando sul fatto che sarebbe il caso di avviare una nuova sensibilizzazione”. Nemmeno a Cesena sono rimasti a guardare. E le scoperte sono state per certi versi rassicuranti, per altri allarmanti. Mauro Palazzi, responsabile dello screening aziendale, ha notato insieme ai colleghi un altro dato: quello scaturito dallo studio Passi, che verifica i comportamenti e i bisogni di salute percepiti dai cittadini. Nella popolazione cesenate, si registra che le donne che fanno il pap test ogni tre anni sono l’88%, quindi il 30% in più rispetto ai risultati del programma regionale: “Sono donne che scelgono di farlo privatamente”. Donne italiane, nella stragrande maggioranza dei casi. Nemmeno al consultorio, infatti, le straniere sono la fetta più consistente: “La risposta all’invito ci viene per il 50% dalle italiane e per il 32% dalle straniere”. Ecco perché l’Ausl di Cesena, consapevole che in ogni caso il 70% delle donne straniere non aderisce all’invito, ha deciso di intervenire proprio su di loro, che sono la fascia più scoperta: “Sono pazienti più a rischio, visto che provengono da paesi dove la prevenzione non si fa. Quando facciamo gli esami ci accorgiamo che hanno lesioni molto maggiori rispetto alle italiane”. Le iniziative intraprese sono le più varie: semplificazione delle lettere di invito, chiamate attive da parte di mediatori culturali che quindi parlano la stessa lingua dell’utente, incontri nelle comunità di stranieri. “Nel giro di due anni l’adesione delle straniere – spiega Palazzi – è salita dal 32 al 49%”. Un lavoro selezionato anche a livello nazionale come progetto pilota.

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