La piccola non smetteva di piangere e il padre ha perso la testa: prima l’ha strattonata violentemente poi, secondo il racconto che egli stesso ha fatto nel corso dell’interrogatorio, l’ha rimessa nel suo lettino ma le è sfuggita di mano ed ha sbattuto la testa. Per questi motivi l’uomo è stato denunciato per lesioni personali aggravate. La vicenda si è verificata in provincia di Vercelli nei giorni scorsi e la neonata di due mesi vittima del padre è stata ricoverata all’ospedale Regina Margherita di Torino per lesioni al cranio e fratture alle costole.

Sulle prime i medici hanno temuto fortemente per la vita della piccola paziente che era arrivata in ospedale a Vercelli accompagnata dagli stessi genitori, una famiglia di italiani già nota ai servizi sociali. Adesso invece il quadro clinico è decisamente migliorato e la neonata resta grave ma non più in pericolo di vita. Come spiegano i media locali, la bimba in soli due mesi di vita era già al terzo ricovero con il primo avvenuto per un altro trauma, sempre per colpa del padre. Allora l’uomo si era giustificato dicendo che la figlia gli era caduta dalle braccia. Nei giorni scorsi l’ultimo episodio e la confessione del padre per un caso che rientra tipicamente nella cosiddetta “sindrome da scuotimento”, patologia che comprende forme di abuso legate a violento scuotimento del bambino con conseguente trauma sull’encefalo e successive complicazioni neurologiche.

A questo proposito, la Società italiana di neonatologia ha più volte ricordato che “piangere è l’unico strumento che il neonato ha per comunicare: può avere fame, sonno, caldo, freddo, il bisogno di essere cambiato o semplicemente di coccole e di un contatto fisico per essere rassicurato. Qualunque sia il motivo, non bisogna mai scuoterlo per calmarlo“. Anche se può sembrare un gesto banale, i danni sul bambino possono essere gravissimi: ematoma subdurale (conseguente al trauma cranico), edema cerebrale ed emorragia retinica. Le conseguenze cliniche immediate sono vomito, inappetenza, difficoltà di suzione o deglutizione, irritabilità, convulsioni e alterazioni della coscienza, fino all’arresto cardiorespiratorio. A lungo termine i bambini possono presentare difficoltà di apprendimento, cecità, disturbi dell’udito o della parola, epilessia, disabilità fisica o cognitiva. Nei casi più gravi si ha la morte.