Papà depressi, fin dalla gravidanza. Li studia un prof di Modena

papà, abbraccio, paternità“Considerando la nascita di un figlio come una faccenda solo per donne, abbiamo fatto in realtà un grosso torto alle mamme”. A dirlo è Franco Baldoni, medico, psicoanalista e professore associato di psicologia clinica all’Università di Bologna, uno dei massimi esperti, in Italia e in Europa, di quella che, per un parallelismo al maschile, potremmo chiamare depressione post partum dei padri, ma che lui meglio definisce depressione perinatale paterna. Un tema sul quale, a livello internazionale, sono state svolte poche centinaia di ricerche, contro le circa 20mila che riguardano le mamme.
Professore, perché questo tabù?
“Prima di tutto perché studiare i padri è complicato: è più difficile incontrarli, trovarne di disponibili a venire ai colloqui, convincerli a compilare i test. E poi per colpa di quello che gli anglosassoni definiscono ‘maternal gate’, il cancello materno: ostetriche, ginecologi e pediatri tendono a gestire l’arrivo di un bambino come una questione solo femminile, quando invece gli studi scientifici sui padri hanno evidenziato chiaramente la loro grande influenza sia sulla salute mentale della madre che sullo sviluppo psicofisico del figlio. Anche a livello etico, considerare le donne come uniche responsabili della crescita e la salute dei neonati è stato ed è un grande errore. Basta pensare che metà delle mamme depresse hanno accanto a sé un compagno depresso, ansioso, poco protettivo o assente”.
Che cos’hanno in comune con le mamme, i papà depressi?
“Non molto. I papà che soffrono di un disturbo affettivo legato alla gravidanza o alla nascita non confessano, in genere, sentimenti di tristezza o inadeguatezza e spesso non piangono e non chiedono aiuto. Sono, piuttosto, irritabili, aggressivi, ansiosi, lamentano dolori fisici come cefalee, mal di schiena e disturbi digestivi, sviluppano forme di dipendenza (fumano, bevono alcolici, assumono droghe, si isolano collegandosi a internet), si rifugiano sul lavoro o uscendo con gli amici, tradiscono le proprie compagne. Un problema serio è la diagnosi: fino a oggi gli uomini sono stati valutati con gli strumenti sviluppati per le donne, quindi basati sulla psicologia femminile, come l’EPDS (Edinburgh Postnatal Depression Scale), che, se utilizzato nei padri, produce risultati alterati, anche perché non considera i problemi fisici e comportamentali come il manifestarsi di crisi rabbia e di violenza”.
Ci sono novità, nel campo?
“Assieme a colleghi di diversi paesi abbiamo sviluppato e stiamo diffondendo un nuovo strumento diagnostico chiamato PAPA (Perinatal Assessment of Paternal Affectivity), che in modo semplice cercherà di colmare il vuoto metodologico. Serve, però, una formazione sistematica degli operatori sanitari (medici, psicologi, infermieri, ostetriche, personale dei consultori), che, a parte alcuni Paesi come l’Australia, non è mai stata fatta. In tutta Europa ci sono al massimo tre-quattro ricercatori che lavorano su questo argomento. In Italia tengo frequentemente seminari e conferenze sul tema, che mi appassiona molto, anche se mi ha coinvolto un po’ per caso: facendo lo psicoanalista e occupandomi da anni di terapia familiare e di coppia, per me è stato naturale considerare da sempre anche i papà”.

Franco Baldoni
Franco Baldoni

I padri che soffrono di depressione perinatale, si assomigliano?
“No, non direi, ognuno ha la propria storia. Certo fattori generazionali e sociali hanno reso più fragile la figura del papà. I padri di oggi sono spesso a loro volta figli di padri disorientati, quelli che negli anni Settanta o Ottanta hanno vissuto il passaggio da una famiglia patriarcale a una famiglia nuova, nucleare, dove le madri lavorano e certi uomini, per rafforzarsi, hanno iniziato a sostituirsi alle donne (cambiando il pannolino o alimentando il neonato) entrando a volte in competizione con loro. Una forzatura che ha portato a trascurare la funzione più importante del padre: proteggere la propria compagna durante la gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino contenendone ansie e paure e favorendo lo sviluppo di una relazione sana tra madre e neonato”.
Ci sono fattori protettivi da segnalare?
“Uno è la qualità della vita di coppia: se c’è una buona alleanza tra i genitori, nel caso uno dei due soffra di problemi di adattamento o un disturbo depressivo, l’altro sarà in grado di compensare, limitandone le conseguenze per la madre e il figlio. Il secondo riguarda il sostegno familiare e sociale: nonni, amici e colleghi di lavoro aiutano a non sentirsi soli e a superare le difficoltà”.
Qual è, secondo lei, la sfida più grande?
“Cambiare mentalità, iniziare a pensare, fin dai primi mesi della gravidanza, a una triade composta da madre, padre e bambino in cui tutti si influenzano. Il che significa coinvolgere i padri fin dai primi colloqui con il medico, passando per le visite ginecologiche, le ecografie di controllo e i corsi pre parto, fino all’assistenza pediatrica. Bisogna rivolgersi sempre alla coppia, non solo alla mamma, bisogna appassionare entrambi i genitori alla nascita del loro bambino. La prevenzione si gioca tutta lì”.

 

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