bambino che gioca a basketMi sono fatta prendere anche io. Domenica ho comprato “Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni”. Perché alla fine, c’è sempre da imparare. E poi, fuori da ogni retorica, l’idea che i propri figli siano felici non può che piacere a ogni genitore. E così nella borsa, tra succhi di frutta e fazzoletti, c’è lui, il libro di cui la settimana scorsa hanno parlato un po’ tutti i media. Sto sottolineando a man bassa, letteralmente gasata da alcuni concetti che voglio tradurre in realtà. E ogni momento è a buono per macinare qualche pagina.

Il problema è che sono già allo scontro.
L’idea che la settimana dei bambini non vada programmata nel dettaglio, che dopo la scuola non sia necessario avere duemila impegni extra, in realtà la condivido da sempre. E in quel libro è ribadita più volte: non stressate i figli, lasciateli giocare, non strutturate il loro tempo libero. Solo così svilupperanno fantasia e resilienza, solo così si proteggeranno dallo stress.

Il punto è che mia figlia di otto anni mi chiede l’esatto contrario.
E la vera domanda è: assecondando la sua voglia di sport e musica, faccio il suo bene oppure no? Imbullonando la sua settimana, rischio o non rischio qualcosa che scoprirò forse solo quando sarà grande?

Ieri ha provato basket. Gli allenamenti sono di lunedì e giovedì.
Il punto è che il martedì e il venerdì fa break dance – attività per lei irrinunciabile – e il mercoledì va a scuola di basso.

il-metodo-danese-per-crescere-bambini-felici-ed-essere-genitori-sereni_8205_x1000Se dopo la seconda prova mi dirà che vuole iscriversi a pallacanestro, io passerò i miei pomeriggi a girovagare per palestre con il fratellino al seguito, mi stresserò con gli zaini da preparare e i capelli da lavare. E lei? Sarà contenta come dice che sarà? Davvero non le verrà mai voglia di uscire da scuola, buttare lo zaino per terra, fare merenda e arrivare a sera senza fare un tubo o, semplicemente giocando?

Il mio istinto suggerisce che se ha voglia di fare tutto questo, è giusto così: deve poterlo fare. Nessuno le impone nulla, in fondo. Un’altra parte di me – più razionale – dice che sarebbe giusto limitare la sua irrefrenabile voglia di fare tutto (o quasi).

Qualche danese può aiutarmi?