
Il 23 aprile la pista ciclabile che unisce Forlì a Forlimpopoli verrà intitolata, con una cerimonia ufficiale, a Fabio Casartelli, il ciclista che morì il 18 luglio del 1995, a 25 anni, in seguito a una caduta lungo la discesa del Colle di Portet-d’Aspet durante il Tour de France: aveva 25 anni, era il campione olimpico in carica nella prova su strada. Fu una tragedia che toccò profondamente tutto il mondo dello sport, e non solo. All’inaugurazione della pista ciclabile ci saranno anche Annalisa Rosetti, con cui il campione era sposato, e il loro figlio Marco, 21 anni, che non aveva neanche due mesi quando il papà se ne andò. Annalisa e Marco, lo scorso novembre, hanno aperto a Forlì – dove Annalisa è nata – il Pirro’s Cafè dedicato al nonno materno di Marco, scomparso lo scorso agosto, figura fondamentale nella sua crescita.
Annalisa, mentre suo figlio andava ancora a scuola lei ha lavorato per molti anni da Blockbuster. E poi?
“Poi, quando mi sono resa conto che il negozio avrebbe chiuso, ho iniziato a lavorare nella pasticceria in cui ero solita andare a fare colazione. Fino a che si è presentata l’occasione di un locale vuoto davanti a casa e io e Marco, che si è diplomato a ragioneria due anni fa e non è riuscito a entrare alla scuola per interpreti e traduttori, ci siamo letteralmente lanciati. Marco, in realtà, dopo l’estate inizierà a studiare grafica”.
Come ha vissuto l’iniziativa del Comune di Forlì di intitolare la pista ciclabile a Fabio?
“Con moltissimo piacere. Non mi sarei mai aspettata la telefonata dell’assessore allo Sport. In passato era stata paventata l’ipotesi di intitolare a Fabio una strada ma poi non se n’era più parlato. E io non sono una persona che va a rompere le scatole. Non mi piace chiedere: se una cosa la si vuole fare, la si fa”.
Marco era appena nato quando suo padre morì. Come è stato crescerlo da sola?
“Non mi sono mai voluta sostituire a Fabio, mi sono sempre ripromessa che gli avrei fatto da mamma e niente di più. Ma senza mio padre non ce l’avrei mai fatta. Dopo l’incidente si trasferì da noi a Como, la città di Fabio, dove in quel periodo vivevamo. E quando siamo tornati a Forlì, l’anno dopo, i miei genitori sono venuti a vivere con me, anche se avevamo due mini-appartamenti separati. Dopo quattro anni dalla morte di Fabio, poi, mia madre ha avuto un aneurisma ed è rimasta paralizzata. Mio padre aveva bisogno di me per accudirla, io di lui per crescere Marco. Questa è stata la nostra famiglia”.
Per Marco la normalità è stata non avere un papà. Come gli ha restituito la sua figura?
“Ne abbiamo sempre parlato, la morte del papà non è mai stata un tabù. Marco ha sempre visto le foto in casa, sa che era un campione e non hai mai fatto chissà quale domanda. Nel dramma, affrontare la questione è stato paradossalmente semplice: Marco era piccolissimo e le paranoie che mi facevo rispetto al fatto di crescerlo da sola si sono piano piano dissipate perché è sempre stato sereno e tranquillo, sia da bambino che da adolescente”.

Lei, nel frattempo, si è rifatta una vita?
“Sì, mi sono sposata a sorpresa il 7 febbraio scorso. Daniele ora vive con me e Marco, che è felicissimo della sua presenza a casa e nella nostra vita. Mio marito è stato un mio compagno di classe alle medie. Ci siamo ritrovati per caso”.
Passa ancora le vacanze a Marina Romea, dove conobbe Fabio?
“Sì, tutte le estati anche solo per qualche week-end vado a Marina Romea. Sarà anche un mortorio, come dicono, ma a me rigenera”.
E con il ciclismo, ha ancora dei contatti?
“Sì, sento e vedo ancora Jim Ochowicz, il direttore sportivo di allora della Motorola, la squadra di Fabio, così come il suo compagno di camera Andrea Peron e altri personaggi non celebri. Alcuni ciclisti, invece, li ho conosciuti dopo l’incidente. In seguito alla morte di Fabio ci fu una grande mobilitazione per aiutarci a livello economico. Con il settore, però, non abbiamo più niente a che fare a livello pratico. Marco ha preso da me, è pigrissimo e anti-sportivo”.
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