Diego, ex anoressico: “Sono arrivato a pesare l’aceto per condire l’insalata”

anoressia maschilePesare l’aceto da mettere nell’insalata. Arrivare a sera con un mezzo yogurt nella pancia. Programmare ogni giornata al secondo: da una parte gli impegni scolastici, dall’altra le cose da mangiare. Diego Corazza ha 23 anni. Quando ne aveva sedici, nel giro di pochi mesi, ha perso una ventina di chili. Un problema, quello dell’anoressia maschile, poco trattato e che lui, futuro maestro elementare, ha scelto di raccontare ora che il suo rapporto con il cibo è di nuovo sano ed equilibrato.
Diego, come è iniziata l’ossessione per la bilancia?
“Dopo aver toccato il fondo. Avevo passato un periodo sregolatissimo: frequentavo l’Itis di Lugo ma non studiavo mai e continuavo a prendere brutti voti, fino a farmi bocciare. Passavo i pomeriggi a mangiare, mi ero fatto prendere eccessivamente da un videogioco on-line che mi occupava la testa e il tempo anche di notte. Durante l’estate ho deciso di fare basta. Un’amica mi ha indicato una dieta ferrea e in una settimana sono calato otto chili. Quando ho capito che potevo controllare il mio corpo e lo stimolo della fame, sono entrato in un circolo vizioso”.
Come ti vedevi, allo specchio?
“Vedevo un’immagine falsata, un corpo che in realtà non mi corrispondeva. Tutti mi dicevano che ero troppo magro ma io non mi percepivo così. Continuavo a pesarmi e a voler dimagrire ancora di più. Pensavo di mangiare bene, di mangiare come gli altri: in realtà avevo eliminato del tutto i carboidrati, avevo eliminato i dolci e persino l’olio, mi nutrivo solo di verdure. Dai 73 chili che pesavo prima, sono arrivato a 53”.
Come ti sentivi, dentro, mentre continuavi a buttare giù chili?
“Isolato, emarginato, solo. Quando dovevo andare a una cena o a un compleanno stavo male all’idea di dover mangiare. Quando esageravo, andavo in bagno e mi provocavo il vomito. Non solo: cercavo sempre di influenzare le scelte alimentari degli altri, come se il mio modo di nutrirmi fosse l’unico giusto. Eppure, di notte, soffrivo di fame nervosa. Ma all’idea di aprire il frigorifero mi sentivo fallito, non padrone di me stesso: e così, quell’istinto, lo reprimevo”.
Quando hai deciso che era ora di dire basta e farti aiutare?
“Quando ho capito che avevo un problema, che quello che stavo vivendo era tutto fuorché normale. Sono stato seguito per sei anni da una psicologa che prima si è concentrata sul problema più urgente, quello dei disturbi alimentari, per poi andare ancora più a fondo. La mia anoressia, molto probabilmente, è stata legata alle difficoltà che ho vissuto nell’accettare la mia omosessualità. Cercavo, in entrambi i casi, di reprimere i miei desideri e i miei istinti: a tavola e nelle relazioni”.
Da fuori, secondo te, come venivi percepito?
“Come un ragazzo studioso. Dopo l’Itis mi sono iscritto allo “Stoppa” e ho cominciato ad andare benissimo, prendevo sempre il massimo dei voti. Studiavo anche musica, facevi un sacco di sport. In ogni ambito pretendevo il massimo da me stesso e, nei fatti, eccellevo. Ma non era certo quello che avrei desiderato fare. Riponevo troppe energie per perseguire obiettivi che non mi appartenevano. Così facendo, mi allontanavo sempre di più dal vero me, dai miei valori e dalle mie priorità. Pensavo di dover piacere a tutti, ero sempre preoccupato del giudizio degli altri. E così mi castigavo”.
Oggi, guardandoti indietro, con che occhi guardi all’anoressia?
“Credo sia stata un’esperienza formativa. Ho imparato a trovare un equilibrio con me stesso, ad ascoltarmi, a conoscermi. Ho passato un’adolescenza terribile, sono arrivato a farmi male, a rifiutare una caramella per paura di chissà che cosa. Ma oggi sto bene, so che cosa voglio e cosa no. Resta il dolore di non aver mai trovato nessuno con cui parlare del mio disagio, con cui confrontarmi: questa è una società individualista, di superficie. I tuoi problemi non importano a nessuno”.

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